Nei numerosi casi che ho seguito di dipendenza affettiva, mi sono sempre più spesso reso conto che, nonostante la forza con cui si possono rompere i vincoli relazionali e portarli alla loro elaborazione in psicoterapia, il dipendente affettivo sviluppa spesso ciò che più comunemente viene chiamato “Sindrome di Stoccolma”. Con questo termine si intende un particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica, così come nel caso della relazione disfunzionale tra personalità narcisistiche e dipendenti affettivi. Il soggetto affetto dalla Sindrome di Stoccolma, prova sentimenti positivi, di compassione, nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. In poche parole il dipendente affettivo si trova in una posizione di doppio vincolo: è libero/a perchè ha elaborato i significati della relazione, ma ha ancora difficoltà a staccarsi e si ancora su alcune emozioni coerenti con la propria organizzazione di personalità: dalla colpa, alla compassione, dalla disperazione alla rabbia. Spesso sul versante depressivo.
E’ a questo punto in psicoterapia che è necessario attuare una strategia che consenta alla persona di entrare in parti più profonde di sé, spesso traumatiche e largamente sottovalutate, e che consenta di abbandonare l’idea che il legame vada rotto, le catene spezzate, i cellulari bloccati, ma si avvii verso l’acquisizione di libertà, di consapevolezza, e di conoscenza di sé.
In psicoterapia costruttivista possiamo integrare alcuni strumenti molto efficaci, aderenti al funzionamento dell’organizzazione di personalità del dipendente, che ne sfruttano le potenzialità, e consentono una maggiore capacità di mentalizzazione. In questi casi è sempre importante che il terapeuta abbia una buona conoscenza del funzionamento del narcisista, in modo da poter aiutare la persona ad entrare nella sua logica.
Ho raccolto nel tempo tantissime storie scritte dalle persone che parlano di dipendenza affettiva e spesso iniziano davvero su un terreno di sofferenza e non di condivisione, o come slittamento da una storia all’altra. In questa sofferenza spesso si innesca una dinamica di potere molto sbilanciata (il dipendente vede spesso nel partner colui/colei che gli/le cambierà la vita), a cui il dipendente affettivo soccombe, sviluppando sintomi che vanno dal nevrotico sino a grandi psicosi, inseguimenti, perdita delle funzioni vegetative, disorientamento negli assi spazio-temporali, isolamento, accessi di ira.
Se ti sta succedendo questo, inizia a pensare che ti servirà un po’ di tempo da dedicarti. Chiedi aiuto.

Antonio Dessì
http://antonio-dessi.blog.tiscali.it
Visita il mio blog. Troverai diversi articoli su questo tema

Ott
01
Filed under (Psicologia) by Antonio Dessì on 01-10-2016

La fobia sociale è una forma di scompenso psichico, sofferenza, in alcune tipologie di organizzazioni di personalità. Paradossalmente, contrariamente a tutte le altre fobie, che raggiungono maggiormente persone con organizzazioni di personalità di tipo fobico, la fobia sociale è un caso isolato e specifico di fobia che è necessario trattare in modo diverso.
Questa paura può portare chi ne soffre ad evitare la maggior parte delle situazioni sociali, per la paura di comportarsi in modo “sbagliato” e di venir mal giudicati. In generale i vissuti sono accompagnati da vergogna, “timore di non essere abbastanza interessanti per gli altri”, “sicurezza sul fatto di non aver niente da dire” …. tendenzialmente potrebbe sembrare, ad una lettura superficiale, un problema di bassa autostima. Ma non lo è affatto.
Lavorare sull’autostima, desensibilizzare in maniera sistematica l’avvicinamento all’altro possono risultare degli interventi che possono alleggerire la sintomatologia, ma non risolvono il problema di fondo di una personalità che ha strutturato una sofferenza che per esigenze didattiche chiamo fobia sociale.

La fobia sociale è un disagio molto invalidante. Negli anni mi sono reso conto che le persone sono più attente allo sviluppo di sintomatologie secondarie, per le quali sono più allarmate, e lo sono meno rispetto alle problematiche di interazione sociale. Questo succede perché spesso chi soffre di fobia sociale si riconosce in quegli atteggiamenti, una sorta di timidezza cronica che porta la persona a dire a se stessa: “Ho questo carattere”, e ad essere rinforzata dal contesto: “Si, ha quel carattere, è timido/a”.

Nelle situazioni sociali temute, gli individui con ansia o fobia sociale sono preoccupati di apparire imbarazzati e, soprattutto, sono timorosi che gli altri li giudichino ansiosi, deboli, “pazzi”, o stupidi.
Generalmente si manifestano molte attivazioni ansiosi neurovegetative: sudorazione, tachicardia, mani bagnate, mal di stomaco, sensazione di nausea etc…

La psicoterapia ad orientamento cognitivo ha sviluppato un modello molto efficace nel trattamento della fobia sociale e di tipo integrato tra i vari modelli cognitivi.

Antonio Dessì

Set
30
Filed under (Argomenti vari) by Antonio Dessì on 30-09-2016

In tanti anni ormai di lavoro spesso mi sono interrogato su come valutare una psicoterapia, un processo di cambiamento. Al di la delle valutazioni anche attraverso test, a volte per poter fare ricerca, mi sono sempre più piacevolmente interrogato sulla dimensione esistenziale di un processo così complesso come quello di una psicoterapia. A volte un fortissimo retaggio culturale ci fa pensare che le psicoterapie efficaci siano quelle che durano anni, che seduta dopo seduta creano sempre più dolore e di conseguenza lavoro. Le ferite sono ferite per tutti, e tutti soffrono se vengono aperte. Alle persone basta aver dovuto chiamare uno psicologo per capirlo e non certo sentire dolore perché si viene toccati. Sulle ferite si costruisce il senso delle storie personali, e della propria identità.Mi sono così interrogato invece come costruire un “pronto soccorso psicoterapeutico”, per arginare il dolore iniziale, tamponare ferite, e a volte usare anestesia, e solo dopo consentire un lavoro. Non l’ho trovato scritto sui libri. E’ lavorando con tantissime persone e stando a contatto con il dolore psichico che sono arrivato a queste osservazioni.
Una psicoterapia efficace non si definisce sulla base del tempo cronologico, ma di quello interiore, né tantomeno sul numero di sedute, ma sulla loro percezione. Ho visto persone cambiare già in un primo ciclo di incontri cronologici, ma probabilmente saturava il tempo interiore necessario per mobilitare risorse interiori.
Un’altra credenza è che la “vera” psicoterapia è quella che ti fa rivivere il trauma, perché solo risalendo al trauma si può superare. E’ una strada.
Le psicoterapie moderne sono orientate al presente, ed è proprio in questa dimensione esistenziale che la persona porta le sue risorse, il suo tempo, la possibilità di un cambiamento concreto. Non c’è così tanto tempo da dedicare a filosofie, ma una vita da vivere il prima possibile. E’ da psicoterapeuta ne sono sempre più consapevole.
Agli psicoterapeuti è richiesta sempre più flessibilità e capacità di integrazione tra i vari modelli di psicoterapia. Lo strumento è più “chirurgico” se è ben integrato. Risulterebbe improduttivo sposare un unico modello, perché per ogni persona è importante saper confezionare un abito, a lei adatto, ma sopratutto che funzioni, e non che sia bello perché aderente alla pagina x di un trattato.
La psicoterapia ha funzionato non tanto quando è durata tante sedute, dando la parvenza di essere perfetta, ma quando la persona ha nuovamente ripreso a scegliere, decidere, vivere e riconosce il cambiamento. In questo lo psicoterapeuta è sempre importante nell’accompagnare la persona.
E quando una psicoterapia è basata su un rapporto professionale autentico, sa produrre anche un distacco altrettanto autentico, di speranza, di un’esperienza promotrice e propulsore di cambiamenti, anche quando le sedute saranno finite.

Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla (Lao Tzu)

Ci sono relazioni che sono davvero incapaci di produrre amore. La trama di relazioni così altamente disfunzionali, spesso di sfumatura narcisistica o su terreni affettivi a rischio di frana, si muove in maniera subdola, a volte con le lusinghe, con i rituali e tanti altri modi di manipolare. A volte appare come semplice abitudine a chi, “drogato” dalla relazione, ripercorre i suoi drammi esistenziali. Occorre forza e tecnica per rompere lo schema psicologico sottostante perché la relazione alimenta un circolo vizioso autoperpretante che si muove in maniera più attivante attraverso i vissuti affettivi della rabbia, e la disperazione per la perdita (con sintomatologia distimica, bipolare o di labilità affettiva -facilità al pianto). Oggetto di intervento in psicoterapia, in questi casi.
La rabbia/disperazione diviene un guinzaglio relazionale, anche laddove la persona che ti ha manipolato ti sembra esser sparita. In realtà attende serena il tuo ritorno, ti può pungere sul senso di colpa, ora il complimento spassionato o una “rabbiosa” pacatezza e apertura di “plastica”, ora il silenzio sacrale. Ma non dimenticare che il gioco al massacro è stato fatto a due, ed è di te ora che devi occuparti.
In psicoterapia questi disagi relazionali richiedono tempo, cura, tecnica e una buona alleanza terapeutica per essere risolti.
La comprensione della rabbia, dei significati che veicola, ma anche della ferita aperta dove il manipolatore o manipolatrice si è, inconsapevolmente, inserito/a (ripetendo un copione spesso trionfante e grandioso della sua storia, ma anche del suo dramma e psicopatologia connessa), restituisce amore.
La capacità di scegliere, e di amare liberamente senza guinzaglio, laddove questo è l’unico strumento che ha l’incapace d’amore, e per te l’unico modo per sentirti ancora non essere amato/a perdendo così la tua attitudine ad essere felice, o non consentendoti mai di conoscerla.

Grazie a tutti coloro che ogni giorno mi raccontano e mi mostrano un mondo relazionale di torture, di manipolazione, e di sofferenza.C’è moltissimo lavoro da fare, tanto. Un materiale preziosissimo che mi stimola a crescere, studiare ed essere sempre più efficace in tempi brevi per chi mi chiede aiuto.

Antonio Dessi

Ago
08
Filed under (Psicologia, Sessuologia Clinica) by Antonio Dessì on 08-08-2016
** COMUNICAZIONE DI SERVIZIO **
Comunico che lo studio osserverà un breve periodo di pausa estiva in entrambe le sedi di Cagliari ed Olbia a partire da oggi 8 Agosto 2016.
L’attività professionale riprenderà regolarmente a partire dal 22 Agosto.
Durante questo periodo è comunque possibile mettersi in contatto con me per urgenze o per programmare un incontro di consulenza a partire dalla prima data utile attraverso i seguenti modi:
* Messaggio alla segreteria di servizio o SMS al 392 135 0189
* E-mail: dessi-antonio@tiscali.it
Troverò modo di rispondere e gestire il prima possibile le vostre richieste.
Nell’augurarvi un buon periodo di riposo vi ricordo che per chi volesse conoscermi meglio, avere informazioni sulla mia attività professionale e formazione può collegarsi al mio sito professionale www.studiopsicologicocagliari.it e al mio blog “Nella Stanza di uno Psicologo” all’indirizzo http://antonio-dessi.blog.tiscali.it e trovare centinaia di articoli da me scritti su svariati temi inerenti la psicologia, la psicoterapia e la sessuologia clinica.
Buone vacanze
Antonio Dessì
Lug
22
Filed under (Psicologia, Sessuologia Clinica) by Antonio Dessì on 22-07-2016

Spesso si dice che il sesso non è importante, che l’amore vincerà su tutto, che il sesso “vero” è unito all’affetto, ma la mia esperienza clinica mi ha dimostrato con sempre più forza che la sessualità è fondamentale per la regolazione delle emozioni di piacere e che nessuno, ma proprio nessuno, ne farebbe a meno, e inoltre che i sentimenti sono incarnati, ovvero si esprimono anche attraverso il corpo, il sesso, l’attrazione, la seduzione. Che esiste “fare l’amore”, ma anche “fare sesso”. Non esiste un modo giusto di espressione, ma una via da costruire sul sentiero del piacere, e sulla comprensione del proprio momento esistenziale, dinamico e mutevole. Esperienze di conoscenza di sé. Avere un problema sessuale significa a volte sentirsi mutilati, incompleti, e le ferite sono molto profonde. Problematiche affrontabili, a patto di avere un po’ di pazienza e dedicarsi del tempo.

I disturbi sessuali possono avere causa organica, psicologica o mista; essere primari, ossia presenti da tempo nella vita della persona, secondari cioè acquisiti dopo una spiacevole esperienza; situazionali, ossia presenti solo in particolari situazioni o condizioni sessuali, generali, presenti sempre ogni qual volta si tenta o si ha un rapporto sessuale.
Le problematiche sessuali, sia femminili, sia maschili, vanno considerate secondo una prospettiva integrata.E’ necessario che la richiesta di aiuto venga accolta considerando tutti questi aspetti, e pertanto concentrandosii sul significato e sulla funzione, prendendo in considerazione tanto l’aspetto biologico quanto quello psicologico. Mai separatamente. Ogni persona ha la sua terapia personalizzata.
Inoltre, le persone che si rivolgono ad un sessuologo o uno psicoterapeuta specializzato anche nel trattamento delle disfunzioni sessuali e problematiche di area sessuale devono inizialmente rinunciare all’idea proveniente da un retaggio culturale molto forte del “risolvere subito”. Essendo dei disturbi di area psicosomatica, il lavoro in psicoterapia è molto delicato e comprende un modello che si muove nell’elaborazione dal somatico allo psichico attraverso la ricostruzione di senso, congrua con l’organizzazione di personalità della persona che ne soffre e il sistema di relazione in cui è inserito/a.

Il trattamento di queste difficoltà non si può prescindere da queste definizioni: nella valutazione clinica vanno analizzate le diverse aree della vita della persona, che permettono di identificare il significato, oltre il comportamento, della difficoltà sessuale che viene presentata.

Sia a Cagliari sia ad Olbia mi occupo di disfunzioni sessuali e problematiche di area sessuale dal 2005 seguendo un approccio integrato, oltre alle classiche tematiche di richiesta di aiuto in psicoterapia (ansia, depressione, problematiche relazionali..).

**NOVITA’**

Inoltre per le persone che mi contatteranno da Olbia ho una novità. Nel tempo ho avuto modo di instaurare relazioni professionali con specialisti medici della zona. Questo ha portato al desiderio congiunto di collaborare in maniera più veloce ed efficace all’interno di un importante Centro Polispecialistico della zona, del quale vi parlerò presto e che offre l’aiuto di professionisti di area chirurgica, endocrinologica, ginecologica, andrologica e altri. La scelta è data dal fatto che per il trattamento di queste difficoltà la co-presenza di più specialisti facilita la persona nel processo diagnostico ed evita spesso lo scoraggiante percorso di entrare in più studi specialistici e il rischio di sviluppare sfiducia. Il vantaggio è quello di poter contare su un équipe di professionisti che lavora attivamente assieme su ogni caso. Un unione di forze e competenze per il benessere delle persone che richiedono aiuto e chiedono professionalità e discrezione sui temi per cui soffrono.

Per avere più informazioni o un appuntamento contattatemi al 3921350189 dal lunedì al venerdì dalle 13 alle 14.30

Lug
19
Filed under (Psicologia, Sessuologia Clinica) by Antonio Dessì on 19-07-2016

Molto spesso le persone affermano di non credere nella psicoterapia, quasi come se il lavoro scientifico di psicologi di tutti gli indirizzi e psicoterapeuti fossero una religione.  Spesso le persone dicono questo perché, stremate dai sintomi che esperiscono, arrivano a consultazione dallo psicologo (talvolta dopo anni di sintomi) con l’aspettativa magica che tutto si risolva in un batter d’occhio. Prendersi cura di sé richiede tempo e una responsabilità che è bene mettere in chiaro subito nel contratto terapeutico. Nella mia esperienza ho potuto notare che questo succede molto con i disturbi psicosomatici e di area sessuale (che di fatto sono anche questi psicosomatici).

La psicoterapia promuove il cambiamento. Il cambiamento più importante è l’autonomia. Quando si intraprende un percorso psicologico si portano all’attenzione del clinico alcuni sintomi specifici e generalmente un desiderio di cambiare, di progredire verso la risoluzione dei problemi. In molti casi la persona sente di non riuscire a scegliere, è spaventata non solo da ciò che gli accade nel presente ma anche dalle prospettive future, dagli scenari che sembrano incombere e che crede di non saper affrontare. Spesso la convinzione dominante è “io non ce la faccio”, che potremmo traslare in “da solo/a non ce la faccio” ossia nella paura di non essere in grado di affrontare con le proprie forze le situazioni che si presentano. La richiesta di cura è l’emblema di un malessere che riguarda la sfiducia nelle proprie risorse.

La psicoterapia non si propone di insegnare nozioni né di confezionare per il paziente il rimedio perfetto alle sue difficoltà, bensì lo aiuta a ritrovare la capacità di scegliere; autonomia significa fidarsi dei propri pensieri, delle proprie emozioni e percezioni (e saperle ricondurre alla conoscenza di sè), sentire la necessità e il piacere di ascoltarsi per arrivare a prendere decisioni ponderate o semplicemente per vivere esperienze gratificanti; è possibile essere autonomi anche nelle relazioni con gli altri, liberandosi dal condizionamento che deriva dal dover soddisfare le aspettative di chi sta intorno.
Autonomia significa esprimere e sostenere opinioni personali, farsi guidare dai propri gusti e preferenze, non per ignorare il punto di vista dell’altro ma per dare valore al proprio: le idee che scaturiscono dal proprio modo di essere non vanno fatte condividere, cioè imposte, ma condivise, introdotte nella relazione con l’altro avendo fiducia che non siano sbagliate o inaccettabili. Spesso questa credenza negativa è causata da esperienze passate nelle quali il soggetto è stato sistematicamente criticato, rimproverato, indotto a chiudersi e a non esplorare l’ambiente circostante; da tali vissuti si sviluppa la sfiducia di poter essere apprezzato dagli altri nello scambio di contenuti autentici e positivi, insieme alla convinzione di essere vulnerabile, incapace di un progetto di vita autonomo.
Diventa difficile stabilire obiettivi e attuare i comportamenti necessari a raggiungerli, tollerare le emozioni negative avendo la consapevolezza che anch’esse fanno parte del repertorio di esperienze umane ma non sono insormontabili; la possibilità di essere autonomo viene ostacolata da pensieri ansiosi, preoccupazioni su di sé e sul futuro. La rappresentazione che l’individuo elabora di se stesso è vincolata alla necessità di controllare gli eventi minacciosi e di essere sostenuto da altri per contenere gli stati emotivi sgradevoli; la psicoterapia aiuta la persona a riconoscere e a smuovere le proprie spinte indipendenti fidandosi di poter attraversare fasi di vita anche complesse per generare un cambiamento duraturo, aumenta la percezione di efficacia personale, riduce i comportamenti dipendenti nelle relazioni e favorisce la riscoperta di desideri, scopi, bisogni che il soggetto aveva accantonato o il cui soddisfacimento era stato illusoriamente delegato all’intervento di altri. Il primo risultato di questo processo è un incremento del benessere emotivo, unito alla sensazione di poter agire anche da soli sulle proprie difficoltà.
Lug
09
Filed under (Psicologia) by Antonio Dessì on 09-07-2016

Ciò che caratterizza i disturbi psicosomatici o somatizzazioni è la presenza di sintomi fisici che fanno pensare ad una condizione medica organica e che non sono invece giustificati da questa. Naturalmente è possibile che tali sintomi siano invece conseguenza di una causa patologica reale, ed è fondamentale prima di porre l’ etichetta disturbi psicosomatici o somatizzazione ed avere accuratamente indagato ed escluso precise cause organiche. Per definizione infatti nei disturbi psicosomatici non vi è nessuna condizione medica organica diagnosticabile a cui possano essere attribuibili i sintomi fisici. Ma quando la causa di una patologia è dubbia, la possibilità che sia di origine psicosomatica deve essere presa in considerazione. Anche perché sono disturbi assai comuni e frequenti, che rappresentano una buona percentuale tra quelli lamentati dalle persone nelle sale d’aspetto dei propri medici curanti.

Ad esempio, soffrite di cefalea ricorrente, o di pruriti fastidiosi e imbarazzanti in pubblico, oppure di disturbi gastrici o intestinali che rendono il sedersi a tavola un momento poco piacevole, o di dolori muscolari che non vi danno pace o di profonda stanchezza e faticabilità? Se tutte le visite e gli esami clinici a cui vi siete sottoposti hanno dato esito negativo su possibili cause organiche ma voi state effettivamente male e non sapete più che fare, provate ad interpellare uno psicoterapeuta: forse il vostro disturbo potrebbe trovare, finalmente, una spiegazione e una possibile soluzione.

Qual è il meccanismo della somatizzazione?

La psicosomatica è quella branca della medicina che studia la relazione tra mente (psiche) e corpo (soma), e in particolare il modo in cui il nostro mondo interiore emozionale e affettivo produce effetti negativi sul corpo (somatizzazioni). La sua base teorica è il considerare ogni persona come inscindibile unità psico-fisica, nella consapevolezza che corpo e mente sono strettamente legati tra loro.
I disturbi psicosomatici quindi si possono considerare malattie vere e proprie che comportano danni a livello organico e che sono causate o aggravate da fattori emozionali.
Ma in che modo avviene una somatizzazione, cioè quello che già il padre della psicoanalisi, Freud, definì “il misterioso salto dalla mente al corpo” ? Oggi si sa che tale “salto” è mediato, in situazioni di forte stress psichico, dal sistema nervoso autonomo in una complessa interazione con il sistema endocrino e con quello immunitario (tanto che si tende a studiare tali relazioni in una unica scienza, la psico-neuro-endocrino-immunologia). Le emozioni cosiddette “negative”, come ad esempio il risentimento, la rabbia, il rimpianto, la preoccupazione, il disagio, la paura, l’ansia, i pensieri troppo angosciosi, possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di emergenza persistente e attivazione continua, che alla lunga, se supera il tempo che quel singolo organismo può sopportare, può causare  danni agli organi più deboli che si esprimono appunto col sintomo psicosomatico.

Quali sono i più comuni disturbi psicosomatici?

Disturbi psicosomatici Modena o somatizzazioni possono manifestarsi generalmente a carico di:

  • Sistema muscolo-scheletrico: cefalea muscolo-tensiva, crampi muscolari, mialgia, artrite, dolori alla colonna vertebrale o ai muscoli. Le forme di cefalea sono uno dei più frequenti disturbi psicosomatici.
  • Apparato gastrointestinale: gastrite, disfagia, colon irritabile, colite spastica, retto-colite ulcerosa, ulcera peptica, nausea, vomito, stipsi, diarrea. Anche i disturbi gastrointestinali sono disturbi psicosomatici molto frequenti.
  • Apparato cardiocircolatorio: tachicardia, aritmie, ipertensione arteriosa, cardiopatia ischemica, cefalea emicranica.
  • Apparato respiratorio: asma bronchiale (frequente soprattutto nei bambini), sindrome iperventilatoria, dispnea soggettiva.
  • Apparato urogenitale: enuresi, minzione frequente, dolori mestruali, anorgasmia, impotenza, eiaculazione precoce, dolori perineali.
  • Sistema cutaneo: psoriasi, acne, dermatite atopica, orticaria, prurito, sudorazione profusa, secchezza della cute o delle mucose, arrossamento da emozione

Sintomi psicosomatici e somatizzazioni sono comunissimi in quasi tutti i disturbi d’ansia e anche in varie forme di depressione (quadri clinici di per sé di solito piuttosto evidenti e che portano spesso a consultare correttamente uno psichiatra o uno psicologo), ma esistono dei disturbi psicosomatici veri e propri senza altri sintomi di natura psicologica, che rendono più difficile per il soggetto imputare il malessere fisico a un problema psicologico piuttosto che a un malfunzionamento organico, e quindi più difficile “capire” il disturbo e curarlo adeguatamente. Queste persone tipicamente si rivolgono a vari specialisti, spesso consultandone più di uno dello stesso ramo e accumulando esami su esami, e arrivano (se arrivano!) dallo psichiatra o dallo psicologo solo alla fine di una estenuante e frustrante collezione di visite, esami e accertamenti medici negativi. Spesso è proprio un bravo dermatologo o urologo o cardiologo o lo stesso medico di famiglia, presa visione della documentazione clinica finora prodotta, a consigliare la strada dello specialista in psicoterapia.

Qual è il significato di un disturbo psicosomatico?

I disturbi psicosomatici spesso vengono spiegati come un meccanismo di difesa da emozioni dolorose e intollerabili che si attua con una espressione diretta del disagio psicologico attraverso il corpo o come un involucro di significati di temi affettivi ed emotivi che la persona sta vivendo e non può riportare ad un livello più consapevole. L’ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per potere essere sentite, accettate e vissute, trovano una via di scarico immediata nel corpo incanalandosi un uno o più sintomi, essendo scarse le capacità della persona di “mentalizzare” il disagio psicologico, cioè riconoscere esplicitamente i conflitti interiori e verbalizzare le tensioni emozionali. In questo senso la psicoterapia è un valido strumento.
Ad esempio, le cefalee possono segnalare il bisogno di allentare l’eccessivo controllo razionale, di dovere lasciare più spazio alla intuizione. Di solito, infatti, chi soffre di mal di testa ha una mente lucida e razionale (fin troppo), che deve tenere sempre tutto sotto controllo senza cedere e lasciarsi mai andare.
Altro esempio, le eruzioni cutanee (la pelle rappresenta simbolicamente il confine tra sé e gli altri) possono rivelare che non si hanno ben chiari i propri confini e che per difendersi si cerca, metaforicamente, di tenere lontani gli altri. Ma possono anche indicare che, pur non potendo permetterselo, si vorrebbe che gli altri stessero più vicini. In ogni caso questi sono solo esempi e non soluzioni, nel senso che è necessario analizzare per ogni persona il significato che questo sintomo può avere.
Ancora, l’iperidrosi, cioè la sudorazione eccessiva delle parti del corpo più ricche di ghiandole sudoripare (mani, piedi, ascelle), affligge prevalentemente le persone timide, emotive, ansiose, schive e solitarie e che hanno difficoltà ad instaurare rapporti interpersonali.
Quando invece si soffre spesso di gastriti, bruciori di stomaco o altri disturbi digestivi, spesso l’atteggiamento tipico è quello di “mandare giù” con troppa frequenza le offese della vita covando però nel contempo rabbie e risentimenti profondi, e costringendo così lo stomaco ad una lenta e complessa “digestione “ della rabbia.

E così tanti altri…

Disturbi psicosomatici e sistema familiare

Vari studi hanno evidenziato come certi tipi di dinamiche familiari siano strettamente correlate allo sviluppo e al mantenimento di disturbi psicosomatici o somatizzazioni in uno dei suoi membri, e come i sintomi di quest’ultimo a loro volta giochino un ruolo importante nel mantenimento dell’equilibrio familiare. In particolare, le famiglie con pazienti psicosomatici sono caratterizzate dall’impossibilità di esplicitare e dare voce al conflitto e alla tensione emozionale che dal conflitto deriva. L’impossibilità di esprimere le proprie emozioni non è quindi una caratteristica di personalità dell’individuo, ma una qualità del sistema-famiglia a cui appartiene e a cui è costretto a conformarsi. I vissuti emozionali non possono essere verbalizzati (e quindi il disagio si manifesta nel sintomo psicosomatico) in conseguenza del fatto che le emozioni vengono accuratamente filtrate in modo da evitare conflittualità e da mantenere una pseudoarmonia del sistema familiare. Il linguaggio “scelto” inconsapevolmente dal paziente per esprimere il disagio, il disturbo corporeo, è quindi il linguaggio della sua famiglia.

Qual è la cura di disturbi psicosomatici e somatizzazioni?

Anche se non è immediatamente evidente a chi ne soffre, va ricordato che i disturbi psicosomatici o somatizzazioni hanno anche un risvolto positivo: il sintomo può infatti essere letto anche come un importante segnale per attirare l’attenzione su un problema del quale, diversamente, non ci si prenderebbe cura. Se si soffre di questi particolari disturbi bisognerebbe quindi fermarsi, chiedersi cosa non va nella propria vita e cambiare rotta. Anche se per attuare ciò spesso non basta una buona propensione all’autoanalisi, ma è necessario l’aiuto di un esperto che aiuti a “leggere” questo particolare linguaggio in un percorso di psicoterapia. A maggior ragione perché di solito chi soffre di disturbi psicosomatici Modena non è spontaneamente portato all’autoanalisi e all’introspezione ma a un pensiero più “concreto”.
L’aiuto della psicoterapia dei disturbi psicosomatici e somatizzazioni si basa quindi soprattutto sul rendere il paziente sempre più consapevole del proprio stato emozionale, sulla stimolazione delle emozioni positive (anche intervenendo su modifiche dello stile di vita) e sull’apprendimento del controllo volontario e cosciente di quelle negative e delle funzioni biologiche alterate.

Apr
22
Filed under (Psicologia, Sessuologia Clinica, Società) by Antonio Dessì on 22-04-2016

Cari lettori, amici e simpatizzanti di questa pagina,

spesso in questo spazio si è parlato d’amore, delle sue svariate forme, delle sofferenze, ma anche delle gioie. Un tema che riguarda tutti.
Nel tempo ho ricevuto sempre tante mail con testimonianze di storie distruttive, di storie dolorose in ricerca di senso, così come nella mia attività professionale.
Storie sbagliate nel momento giusto, storie giuste nel momento sbagliato. E tanti cuori alla ricerca di senso.

Ho pensato di ampliare questo spazio con un nuovo progetto. Ho predisposto nel mio studio una cassetta della posta che possa accogliere le vostre lettere e che è simbolo della creazione di una redazione che si chiamerà “Oltre lo specchio”. I protagonisti saranno i cuori alla ricerca di senso. I vostri.

Potrete inviarmi le vostre lettere in forma anonima, usando uno pseudonimo e di tanto in tanto pubblicherò le lettere o i passaggi di queste che selezionerò affrontando il tema specifico di quella storia sul mio blog.

Una sorta di posta del cuore, sulla quale vi chiedo collaborazione con commenti, riflessioni e discussioni che si apriranno direttamente sul mio blog.

Potete già da oggi iniziare il vostro gesto terapeutico: prendere un foglio, la vostra busta, la vostra penna. E raccontarvi, con la garanzia dell’anonimato, a tutte le persone che seguono questa pagina e a me, che in prima persona vi risponderò. Raccontare la vostra ricerca di senso nella storia d’amore che vorrete condividere.

E’ questo un modo che voglio utilizzare per avvicinarmi ancora di più a voi, a chi ancora non ha intrapreso un percorso di psicoterapia. E’ un modo per accogliere le vostre storie, per condividere i vostri sentimenti e per lavorare insieme al mio progetto. E per sentirci più vicini.

L’indirizzo a cui far pervenire la vostra posta:

Dott. Antonio Dessì
Redazione Oltre Lo Specchio
Via Agrigento n° 1
09126 Cagliari

E’ importante per me avere il vostro parere.

Apr
20
Filed under (Psicologia, Sessuologia Clinica, Società) by Antonio Dessì on 20-04-2016

Molte persone, in seguito ad una storia andata male, si ripetono che non vogliono più essere ferite perché hanno interiorizzato che l’amore può fare molto male, e per questo motivo indossano una corazza, caratteriale, sul corpo. In questo l’essere umano è inscindibile nella sua unità psico-somatica. Ripensare al passato può evitare di ricommettere gli stessi errori, ma esiste anche la possibilità di andare oltre, comprendere e credere nella possibilità di poter vivere storie differenti anche se ciò significa esporsi a delusioni e dolori. Nessuno ha garanzia che siano migliori, perché provarci significa spesso accettare di rimettersi in gioco e accettare l’incognita della conoscenza dell’altro/a. Si può imparare ad amare sempre meglio, in primis a riconoscere e amare se stessi nei propri desideri, ed essere consapevoli di ciò di cui si ha bisogno per poter strutturare, al di là dell’innamoramento, un legame di attaccamento. Le ferite sono una possibilità di crescita, anche se inizialmente si può pensare diversamente, o ancora di più, e in questo comprensibilmente, mandare a quel paese chi afferma con forza tale possibilità. Fatelo con tranquillità. Di ogni ferita è importante che si accolga la propria responsabilità e un’opportunità di lavoro su stessi per comprendere il senso di quella storia che ha fatto soffrire, le aree scoperte di sé che ha toccato e perturbato. Questo è ciò che posso raccontarvi sulla base della mia esperienza professionale, e anche personale, da essere umano come voi.