Le psicoterapie sono degli interventi specialistici veri e propri ed è importante sapere che per essere tali è necessario che rispettino alcuni criteri già alla base del primo contatto tra terapeuta e persona. Spesso nell’immaginario comune si pensa alle sedute con uno psicologo come un luogo dove poter parlare un po’ di tutto, a ruota libera: “oggi parlerò di questo, poi parlo di questo, poi di quest’altro…“, oppure un luogo dove qualsiasi aspettativa verrà accolta. In questo senso è bene sapere da subito che i terapeuti non sono certo dei buoni samaritani.

L’idea di voler parlare dei propri problemi non è errata, e nemmeno di avere aspettative, ma un concetto che è importante per chiunque voglia iniziare una terapia, o la sta già facendo, è che questa sia inserita all’interno di una cornice e sia negoziata: il contratto terapeutico.

Pensate per un attimo di aver avuto per un sacco di tempo una grande tela a casa, e giorno dopo giorno, avete dato un colpo di pennello, un giorno un po’ di verde, un po’ di blu, poi il rosso, poi il giallo, qualche pois viola, nero. Alla fine avrete la vostra opera d’arte, che probabilmente vi darà delle emozioni, ma prima di queste, avrà un effetto su di voi se iniziate a guardarla nella sua interezza. A volte ci si può concentrare solo sul nero, a volte sul giallo, oppure vedere solo il rosso. Se questa non ha cornice, non sappiamo definirla, e per cornice si intende il “saper dare un significato a qualcosa per il quale non si riesce a dare”. Com’è che per due mesi si è usato solo il rosso? Cosa succedeva? Che effetto rende riguardare quel rosso oggi? Che spazio occupa rispetto agli altri colori? E’ quello che si vede di più o no?

A quel punto potreste rendervi conto che quel lavoro vi spaventa, non lo riconoscete come vostro, vi crea ansia, oppure ne avete paura, oppure vi rendete conto che in realtà ne avevate un’altra percezione. Questa è la metafora per descrivere eventi di vita, una storia sentimentale, la vita passata, ciò che vediamo per il futuro pertanto i colori, la tela, rappresentano minuti, ore, giornate, mesi, anni di vita, vissuta e pensata.

Ora non riuscite più a dipingere. Tutto si è come fermato ed è a quel punto che potreste decidere di richiedere l’intervento di uno psicologo, o psicoterapeuta.

 

Il primo appuntamento con uno psicologo può essere vissuto con ansia, con la sensazione di aver paura di dimenticare qualcosa di importante o di non riuscire a far capire tutto allo specialista. I terapeuti riconoscono quanto sia importante il primo colloquio. Oltre che per gli aspetti di contenuto, il primo incontro è sicuramente un momento anche di conoscenza dello specialista e anche questo è un elemento da tenere in considerazione. E’ sempre molto importante poi riflettere su come ci si è sentiti, se effettivamente quello psicologo sentiamo che può aiutarci e fare al proprio caso. Gli psicologi e psicoterapeuti sono sicuramente dei tecnici, ma sono anche delle persone, pertanto ognuno ha il proprio stile e la propria personalità al di là delle conoscenze, tecniche, competenze. Non serve tanto per capire questo, bastano due incontri, ed è inutile insistere se sentite che quella situazione non fa per voi. Cercate un altro specialista.

La raccolta del materiale relativo al vostro problema può durare più di una seduta, a conclusione delle quali lo psicologo/psicoterapeuta vi propone un contratto terapeuticoE’ una fase indispensabile del processo, e se questo non avviene, chiedete allo specialista perché. Se avete la sensazione che le domande siano troppo distanti dal vostro problema, chiedete allo specialista il motivo per cui vi fa quelle domande. Se ho mal di denti ad un incisivo, non posso continuare a parlare del molare del giudizio e della sua forma. Allo stesso tempo, utilizzando la metafora del dentista, è importante riconoscere che per il lavoro in psicoterapia non basta aprire la bocca come si fa dal dentista, ma è necessaria una collaborazione. Pertanto, non porterete la vostra tela e la butterete sulla scrivania dello psicologo, ma vi impegnerete a portarla ogni volta, per un tempo stabilito, con l’accordo di collaborare. Lo psicologo con i suoi strumenti vi aiuterà nell’elaborazione dei vostri vissuti e vi aiuterà ad avere davanti più possibilità di scelta per quanto concerne la soluzione al vostro problema. Le decisioni sono sempre vostre.

 Il contratto terapeutico è un momento fondamentale del percorso terapeutico e possiamo definirlo come un accordo tra cliente (inclusa la coppia) e il terapeuta, rispetto ad un certo problema.

Nello specifico di un intervento gli ambiti che divengono oggetto di accordo possono essere tratteggiati nei seguenti elementi:

  • La centratura degli elementi da cambiare nel presente che sono fonte di sofferenza e disagio;
  • Quali risultati si vogliono ottenere attraverso l’intervento. In questo è sempre molto importante definire degli obiettivi che possono essere osservabili e misurabili, per esempio in un ciclo di incontri. Non può essere un obiettivo terapeutico il raggiungimento della felicità, il generico “stare bene” ….. Se soffro d’ansia tutti i giorni, un obiettivo potrebbe essere quello che, a conclusione di 10 incontri, i miei livelli d’ansia siano diminuiti e che ne soffra non più 7 giorni su 7, ma per esempio 3.
  • E’ importante che terapeuta e cliente prendano un accordo sulla metodologia di lavoro, ovvero che tipo di intervento è. Spesso mi capita di vedere pazienti che hanno fatto altre psicoterapie che non sono in grado di dirmi che tipo di lavoro hanno fatto, di quale orientamento teorico, su quali obiettivi hanno lavorato.
  • E’ necessario definire le regole della relazione tra terapeuta e cliente (definizione dei ruoli, orari appuntamenti, sedute mancate, segreto professionale ecc…). In particolar modo è necessario che il terapeuta, fatte le sue valutazioni, comunichi apertamente al cliente la propria intenzione o no, di seguire il caso, e dall’altra parte il cliente, fatta la propria valutazione, se decide di iniziare il percorso di impegnarsi a collaborare per rendere possibile il cambiamento concordato.

Il contratto terapeutico è una cornice provvisoria per trovare una cornice al vostro dipinto, e di conseguenza al vostro problema. Senza cornice è il caos. Il terapeuta possiede diversi strumenti e diverse cornici che vi aiuteranno a trovare la vostra. Infatti, in una relazione terapeutica non esiste un solo contratto. In generale questo si definisce sempre di più dal momento del primo incontro sino alla chiusura della terapia. Esistono dei momenti facilmente distinguibili:

  • Un primo contratto, che generalmente non è verbalizzato è quello che portate voi, e che pensate mentre siete a casa a guardare il vostro dipinto e avete in mano il telefono con il numero dello specialista. E’ anche questo un contratto, implicito, nella maggior parte dei casi fatto di aspettative, a volte anche fantastiche, e che in genere può essere riassunto in “Ho un disagio, un disturbo che mi sta facendo stare male, voglio star bene, tu mi puoi aiutare“. Su tutto questo però non c’è chiarezza su quali siano realmente gli obiettivi da raggiungere e tantomeno su quali siano realisticamente le manovre che un terapeuta può fare per aiutare a risolvere il problema. Per evitare il fallimento dell’intervento è importante che tutto questo venga discusso a monte, ovvero prima di iniziare. Pena: “Ma la terapia non funziona“.
  • Esiste un primo contratto già a conclusione della prima seduta, quando il terapeuta riassume ciò che ha capito fino a quel punto. Il paziente deve essere attivo e confermare al terapeuta che effettivamente ha capito bene, oppure ritrattare se sente di non essere stato compreso. In questa fase il terapeuta generalmente può chiedere al cliente di iniziare a riflettere su alcuni aspetti che gli sono risultati oscuri durante il colloquio. In genere riconvoca il paziente per un altra seduta, o più di una.
  • Il vero contratto è possibile definirlo dopo qualche seduta, in quanto è necessario che il terapeuta abbia chiarezza sulla situazione e abbia avuto modo di riflettere sugli obiettivi terapeutici. Il paziente conferma che il terapeuta ha enunciato tutte le aree di sofferenza.
  • Il contratto può essere ridefinito quando non è più utile, per esempio se si è raggiunto un obiettivo e si ridefinisce un nuovo obiettivo, quando un obiettivo è più urgente di quello che è stato definito (per esempio riprendersi da una crisi ecc…), quando o il terapeuta o il cliente non è soddisfatto (il terapeuta ha bisogno di più collaborazione, il cliente è deluso dalla terapia….).

E’ molto importante che questi elementi siano la bussola in una relazione terapeutica. Il rischio più grande è che senza una chiara esposizione degli obiettivi e del contratto terapeutico le sedute possano essere vissute in maniera frustrante, con la sensazione di avere un sacco di cose da rivedere di sé ed allo stesso tempo non capire quali.  Non avere chiari i momenti in cui si raggiungono risultati, e pertanto impoverendo la forza verso il cambiamento. Questo crea impotenza e sfiducia nel paziente, ma ha i suoi effetti anche sul terapeuta. Un intervento terapeutico dev’essere sempre orientato, pena, il ritorno ai vomitorium, dove “mi svuoto, ma non so cosa ho vomitato, perchè mi è successo, che effetto mi fa“. E di conseguenza il mantenimento del problema con la frustrazione di aver tentato senza esser riusciti a fare nulla. In quel caso si potrebbe alimentare una sfiducia nella categoria e decidere di non rivolgersi più a nessuno, perchè tanto “Ne parlo con la mia amica“, e la relazione con un terapeuta non è quella di un amico a pagamento. La cosa importante è che dovete essere d’accordo. Non potete iniziare una terapia se non condividete ciò che il terapeuta vi ha proposto, ed in generale, un buon terapeuta ascolta sempre l’intervento che un paziente fa rispetto agli obiettivi della terapia. Senza bussola non si va da nessuna parte e si brancola nel buio, terapeuta e paziente.

 

 

 


Come in tanti sapete a seguito della mia formazione quadriennale in sessuologia clinica all’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma, centro accreditato dell’European Federation of Sexology e la Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica, ho proseguito il mio percorso specialistico in psicoterapia cognitivo-costruttivista. Il mio percorso ha consentito di integrare queste due eredità e di applicare il modello costruttivista anche alla sessuologia clinica e il trattamento delle disfunzioni sessuali, in setting individuale e di coppia.
In ottica costruttivista, la psicoterapia dei disturbi sessuali sostituisce la tacita costruzione della sessualità problematica con l’elaborazione e la ricostruzione dell’esperienza sessuale all’interno delle relazioni nelle quali è anticipata e messa in atto.

Come ha sottolineato Winter (1988), le disfunzioni sessuali non sono considerate dai terapeuti costruttivisti sintomi da curare, ma come insoddisfacenti soluzioni ai dilemmi dei clienti che emergono nell’anticipare l’esperienza sessuale. Non ci sono standard normativi di funzionamento e il terapeuta concorda gli obiettivi durante lo svolgimento della terapia. Gli obiettivi possono includere l’aumento del desiderio, l’efficienza dell’erezione, la riduzione dell’ansia da prestazione ed altri obiettivi tipici delle terapie sessuali. Un ulteriore fine delle terapia sessuale ad indirizzo costruttivista può aiutare il cliente a comprendere la sua attuale e soddisfacente esperienza sessuale (anche se non normativamente “funzionale”) e condividerla con il partner.

Secondo questo approccio, lavorare sull’ansia da prestazione può essere utile nel favorire un miglioramento delle funzioni sessuali in generale. Anche essa infatti può essere concettualizzata come un’interruzione del ciclo della risposta sessuale causato dalla focalizzazione della persona sull’evitare situazioni spiacevoli o esperienze deludenti più che un reale investimento in ambito erotico.

Secondo questa concezione, in molti dei disturbi sessuali, una strategia d’intervento focalizzata sull’ansia da prestazione includerebbe i diversi tipi di problemi dati dalle sue implicazioni.
Ci sono infine tre chiari approcci d’intervento derivanti da questa cornice teorica: il primo è quello di aiutare il paziente a ricostruire le situazioni sessuali come esperimenti a cui partecipa piuttosto che performances. Elaborare la differenza tra prestazione ed esperimento, il conseguimento di un risultato e l’esplorazione, può permettere al paziente di costruire situazioni sessuali con anticipazioni più focalizzate sull’erotismo (piuttosto che sulle risposte fisiche, o sulle conseguenze di un fallimento che sono obiettivi inerenti al raggiungimento di una buona performance).

Il secondo approccio implica l’elaborazione della gamma degli stimoli erotici che possono essere utili punti di attenzione durante l’incontro sessuale. Molte persone posseggono uno scarso repertorio di stimoli che possano in modo affidabile anticipare un obiettivo erotico. Inoltre tabù culturali, scarsa informazione ed educazione sessuale fanno sì che la maggior parte della comunicazione in merito a questi stimoli avvenga in contesti in cui c’è una forte richiesta di caratteristiche prestazionali (come ad esempio in un gruppo di pari dello stesso sesso). La stanza della terapia può rappresentare un potente contesto libero da condizionamenti ed aspettative in cui elaborare gli stimoli sensoriali che possono produrre in un contesto sessuale, piacere erotico. Il terzo approccio all’ansia da prestazione comprende una ricostruzione dell’esperienza di ansia stessa. La relazione ansia-disturbo è divenuta costellatoria per molte persone.

Dal momento che l’ansia diminuisce l’attivazione sessuale, una persona che la percepisca spesso inizia ad anticipare un funzionamento sessuale insoddisfacente. Non è tanto un’attivazione connotata da ansia che impedisce un corretto funzionamento sessuale, quanto il focalizzarsi su aspetti “non sessuali”. Così ricostruendo l’ansia come una reazione naturale anche nella risposta alla stimolazione sessuale può interrompere l’anticipazione del fallimento. Diventa così un obiettivo della terapia aiutare gli individui a sperimentare in maniera creativa modi per ottimizzare la loro ansia (invece che minimizzarla).

Questo può anche implicare provare nuove esperienze sessuali (posizioni, zone erogene, sex toys che il paziente non ha mai provato) con l’intento di produrre “ansia” associata all’attivazione sessuale e non alla preoccupazione sulla performance.

Un ulteriore esempio di utilizzo della cornice costruttivista può riguardare quegli interventi inerenti conflitti tra domini/sistemi: ad esempio nelle donne spesso le difficoltà a raggiungere l’orgasmo sono spesso causate da una validazione delle anticipazioni sul ruolo di genere ed erotiche. Molti di questi conflitti sfociano infatti in aspettative di genere molto strette e rigide. Il terapeuta costruttivista può aiutare in questo caso, la donna ad ricostruire la propria sessualità includendo sia la capacità diessere buona/completa/moralmente corretta, sia il piacere connesso all’attività sessuale.

Studio di consulenza psicologica e psicoterapia

Dott. Antonio Dessì

Via Agrigento 1 –  Cagliari

Cellulare di servizio: 3921350189

Ago
08
Filed under (Psicologia, Sessuologia Clinica) by Antonio Dessì on 08-08-2016
** COMUNICAZIONE DI SERVIZIO **
Comunico che lo studio osserverà un breve periodo di pausa estiva in entrambe le sedi di Cagliari ed Olbia a partire da oggi 8 Agosto 2016.
L’attività professionale riprenderà regolarmente a partire dal 22 Agosto.
Durante questo periodo è comunque possibile mettersi in contatto con me per urgenze o per programmare un incontro di consulenza a partire dalla prima data utile attraverso i seguenti modi:
* Messaggio alla segreteria di servizio o SMS al 392 135 0189
* E-mail: dessi-antonio@tiscali.it
Troverò modo di rispondere e gestire il prima possibile le vostre richieste.
Nell’augurarvi un buon periodo di riposo vi ricordo che per chi volesse conoscermi meglio, avere informazioni sulla mia attività professionale e formazione può collegarsi al mio sito professionale www.studiopsicologicocagliari.it e al mio blog “Nella Stanza di uno Psicologo” all’indirizzo http://antonio-dessi.blog.tiscali.it e trovare centinaia di articoli da me scritti su svariati temi inerenti la psicologia, la psicoterapia e la sessuologia clinica.
Buone vacanze
Antonio Dessì
Lug
19
Filed under (Psicologia, Sessuologia Clinica) by Antonio Dessì on 19-07-2016

Molto spesso le persone affermano di non credere nella psicoterapia, quasi come se il lavoro scientifico di psicologi di tutti gli indirizzi e psicoterapeuti fossero una religione.  Spesso le persone dicono questo perché, stremate dai sintomi che esperiscono, arrivano a consultazione dallo psicologo (talvolta dopo anni di sintomi) con l’aspettativa magica che tutto si risolva in un batter d’occhio. Prendersi cura di sé richiede tempo e una responsabilità che è bene mettere in chiaro subito nel contratto terapeutico. Nella mia esperienza ho potuto notare che questo succede molto con i disturbi psicosomatici e di area sessuale (che di fatto sono anche questi psicosomatici).

La psicoterapia promuove il cambiamento. Il cambiamento più importante è l’autonomia. Quando si intraprende un percorso psicologico si portano all’attenzione del clinico alcuni sintomi specifici e generalmente un desiderio di cambiare, di progredire verso la risoluzione dei problemi. In molti casi la persona sente di non riuscire a scegliere, è spaventata non solo da ciò che gli accade nel presente ma anche dalle prospettive future, dagli scenari che sembrano incombere e che crede di non saper affrontare. Spesso la convinzione dominante è “io non ce la faccio”, che potremmo traslare in “da solo/a non ce la faccio” ossia nella paura di non essere in grado di affrontare con le proprie forze le situazioni che si presentano. La richiesta di cura è l’emblema di un malessere che riguarda la sfiducia nelle proprie risorse.

La psicoterapia non si propone di insegnare nozioni né di confezionare per il paziente il rimedio perfetto alle sue difficoltà, bensì lo aiuta a ritrovare la capacità di scegliere; autonomia significa fidarsi dei propri pensieri, delle proprie emozioni e percezioni (e saperle ricondurre alla conoscenza di sè), sentire la necessità e il piacere di ascoltarsi per arrivare a prendere decisioni ponderate o semplicemente per vivere esperienze gratificanti; è possibile essere autonomi anche nelle relazioni con gli altri, liberandosi dal condizionamento che deriva dal dover soddisfare le aspettative di chi sta intorno.
Autonomia significa esprimere e sostenere opinioni personali, farsi guidare dai propri gusti e preferenze, non per ignorare il punto di vista dell’altro ma per dare valore al proprio: le idee che scaturiscono dal proprio modo di essere non vanno fatte condividere, cioè imposte, ma condivise, introdotte nella relazione con l’altro avendo fiducia che non siano sbagliate o inaccettabili. Spesso questa credenza negativa è causata da esperienze passate nelle quali il soggetto è stato sistematicamente criticato, rimproverato, indotto a chiudersi e a non esplorare l’ambiente circostante; da tali vissuti si sviluppa la sfiducia di poter essere apprezzato dagli altri nello scambio di contenuti autentici e positivi, insieme alla convinzione di essere vulnerabile, incapace di un progetto di vita autonomo.
Diventa difficile stabilire obiettivi e attuare i comportamenti necessari a raggiungerli, tollerare le emozioni negative avendo la consapevolezza che anch’esse fanno parte del repertorio di esperienze umane ma non sono insormontabili; la possibilità di essere autonomo viene ostacolata da pensieri ansiosi, preoccupazioni su di sé e sul futuro. La rappresentazione che l’individuo elabora di se stesso è vincolata alla necessità di controllare gli eventi minacciosi e di essere sostenuto da altri per contenere gli stati emotivi sgradevoli; la psicoterapia aiuta la persona a riconoscere e a smuovere le proprie spinte indipendenti fidandosi di poter attraversare fasi di vita anche complesse per generare un cambiamento duraturo, aumenta la percezione di efficacia personale, riduce i comportamenti dipendenti nelle relazioni e favorisce la riscoperta di desideri, scopi, bisogni che il soggetto aveva accantonato o il cui soddisfacimento era stato illusoriamente delegato all’intervento di altri. Il primo risultato di questo processo è un incremento del benessere emotivo, unito alla sensazione di poter agire anche da soli sulle proprie difficoltà.
Apr
22
Filed under (Psicologia, Sessuologia Clinica, Società) by Antonio Dessì on 22-04-2016

Cari lettori, amici e simpatizzanti di questa pagina,

spesso in questo spazio si è parlato d’amore, delle sue svariate forme, delle sofferenze, ma anche delle gioie. Un tema che riguarda tutti.
Nel tempo ho ricevuto sempre tante mail con testimonianze di storie distruttive, di storie dolorose in ricerca di senso, così come nella mia attività professionale.
Storie sbagliate nel momento giusto, storie giuste nel momento sbagliato. E tanti cuori alla ricerca di senso.

Ho pensato di ampliare questo spazio con un nuovo progetto. Ho predisposto nel mio studio una cassetta della posta che possa accogliere le vostre lettere e che è simbolo della creazione di una redazione che si chiamerà “Oltre lo specchio”. I protagonisti saranno i cuori alla ricerca di senso. I vostri.

Potrete inviarmi le vostre lettere in forma anonima, usando uno pseudonimo e di tanto in tanto pubblicherò le lettere o i passaggi di queste che selezionerò affrontando il tema specifico di quella storia sul mio blog.

Una sorta di posta del cuore, sulla quale vi chiedo collaborazione con commenti, riflessioni e discussioni che si apriranno direttamente sul mio blog.

Potete già da oggi iniziare il vostro gesto terapeutico: prendere un foglio, la vostra busta, la vostra penna. E raccontarvi, con la garanzia dell’anonimato, a tutte le persone che seguono questa pagina e a me, che in prima persona vi risponderò. Raccontare la vostra ricerca di senso nella storia d’amore che vorrete condividere.

E’ questo un modo che voglio utilizzare per avvicinarmi ancora di più a voi, a chi ancora non ha intrapreso un percorso di psicoterapia. E’ un modo per accogliere le vostre storie, per condividere i vostri sentimenti e per lavorare insieme al mio progetto. E per sentirci più vicini.

L’indirizzo a cui far pervenire la vostra posta:

Dott. Antonio Dessì
Redazione Oltre Lo Specchio
Via Agrigento n° 1
09126 Cagliari

E’ importante per me avere il vostro parere.

Le relazioni che nascono nell’incontro con un partner con tratti narcisistici di personalità sembrano essere all’inizio delle grandi storie d’amore. In tal senso è bene riconoscere che le persone con tratti narcisistici sono capaci di grandi slanci affettivi iniziali (accoglienza, regali, gentilezze…) che spesso fanno pensare alla vittima di aver trovato finalmente la persona giusta, spesso dopo tanto tempo.

Il discorso è moltissimo articolato, nel senso che il narcisista è tendenzialmente una persona di intuito e comprende benissimo dove può inserirsi per poter prendere dalla sua vittima. Molte storie con questa tipologia di partner hanno una matrice comune, ovvero il racconto di una comprensione mai vissuta sino a quel momento, e la sensazione di forte connessione. In tal senso le persone con tratti narcisistici di personalità sono molto capaci ad intercettare il bisogno d’amore e di riconoscimento della loro vittima prescelta. 

Tendenzialmente fanno diverse cose per mostrare sempre una buona immagine di sé e farsi volere bene, dai partner, dai loro amici e parenti. Sono presenti e disponibili e non di rado raccontano di un futuro radioso che attenderà la coppia. In tal senso si assicurano l’accoglienza e lo strutturarsi di una dinamica di fiducia da partner del/della partner vittima. Gli aspetti legati alla psicopatologia non sono evidenti nella loro dimensione distruttiva. In questa fase si è impegnati tendenzialmente nella seduzione, un’azione molto delicata su cui il narcisista sa muoversi molto bene e in maniera ripetitiva ripercorre in tutte le relazioni. Inizialmente è difficile poterli riconoscere, perché il dubbio è certamente un elemento molto importante.

Con le adeguate differenze tra una storia e l’altra, molto presto la vittima inizia a credere che quella persona, il/la narcisista, sia l’unica persona che la sta veramente amando, e spesso nell’incredulità si fa molta fatica a mettere in discussione tutto quello che succede, e iniziare ad osservare le già iniziali piccole mancanze. Tendenzialmente anche quando il/la narcisista inizia a mostrare qualche crepa nella sua personalità è molto frequente che questa venga giustificata, venga protetta, seguendo spesso una logica che continua ad inseguire quella totale fusione e perfezione che si è già sperimentata. 

Molto spesso le vittime presentano un passato relazionale molto difficoltoso, spesso hanno avuto uno o entrambi i genitori con disturbo narcisistico di personalità. Nelle loro storie affettive spesso di osservano l’instabilità, tradimenti e partner inaffidabili. A tal ragione l’incontro con il/la narcisista spesso apre uno scenario quasi oniroide, ovvero, quello secondo il quale si ritiene di aver trovato finalmente quello che si è sempre desiderato. Il/la narcisista inizialmente mette sul piedistallo la propria vittima, la fa sentire unica, completamente unita a sé, due anime fuse in una, avvolti in un clima di totale familiarità. 

In questo modo il/la narcisista inizia a penetrare lentamente nel sistema mente della vittima per appropriarsene. A tal riguardo si instaura nella coppia narcisista-dipendente un clima di totale disponibilità nei confronti del narcisista, in quanto è visto come quello/a che è in grado di comprendere ed esaudire ogni bisogno e desiderio.

L’esclusività che pervade la relazione produce un graduale isolamento nella vita della vittima, impercettibile all’esordio della frequentazione e poi sempre più marcato. Le sue attenzioni sempre più decise assumono il significato di amore autentico per la vittima e il narcisista inizia ad esprimere il suo disappunto, ogni qual volta la sua vittima dedica parte del suo tempo a sé o non asseconda i suoi bisogni. E’ spesso il senso di colpa che si insinua in modo inconsapevole nella vittima e cresce sempre più, poiché spesso teme che ogni qual volta non si dedica a lui/lei, questi si arrabbierà e potrà abbandonarla. L’effetto di questa dinamica si esprime spesso attraverso una decrescente attenzione al mondo esterno e una crescente dedizione al/alla narcisista. Nella vittima si innesca un processo di idealizzazione che porta a condividere ogni aspetto della vita con il proprio carnefice il quale  vuole conoscerne sempre più particolari con l’obiettivo di ferire e manipolare in futuro la propria vittima. Le prime crepe iniziano ad aprirsi nella relazione quando la figura dell’uomo o della donna perfetta vacilla poiché le richieste di attenzione aumentano sempre piu’ e costringono la vittima a dedicarsi esclusivamente al proprio carnefice. Tale dedizione spesso non e’ sostenibile poiché ogni individuo ha bisogno di ritagliarsi spazi vitali dove coltivare la propria persona, ma sopratutto dove possa incontrare una reciprocità relazionale. Ed e’ proprio quando la vittima inizia ad accusare i primi sintomi di insofferenza che il/ la narcisista sferra il suo primo attacco, accusando la vittima di mancanze, di presunzione, o di chiedere troppo. Il partner narciso inizia ad apparire come una persona centrata esclusivamente su di se’, poco affidabile e vendicativa ma nonostante tutto questo la vittima tende a giustificarlo/a perché é profondamente connessa al narcisista. Spesso si alternano momenti di accuse e duri litigi a grandi riappacificazioni, il narcisista spesso cerca la pietà e la comprensione da parte della vittima, facendo leva su storie strappalacrime che hanno costellato la sua esistenza, dove lui/lei non si assume mai la responsabilità delle sue scelte, attribuendo la causa del proprio malessere ad altri. Quelli che invece controllano la vittima sulla rabbia, tendono invece a punirle con il silenzio. Il circolo vizioso che in cui la vittima si avvita e’ costituito dal fatto che il narcisista tenderà a manifestare una crescente insoddisfazione verso la relazione e accuserà la vittima di poca attenzione e di mancanze, chiedendole maggiori attenzioni e colpevolizzandola sempre più per le sue richieste.

La vittima, pur di mantenere l’idea di aver trovato un uomo/donna unico/a ed ideale tende ad assecondare  ogni richiesta,perdendo spazio ed autonomia e consentendo al narcisista di insinuarsi sempre più nella sua vita. Il paradosso di questa relazione e’ che la vittima, pur dipendendo affettivamente, ha maggiore stabilita’ e una struttura di personalità più solida di quella del narcisista che e’ un vero esperto nello scegliere persone che hanno “molto da offrire” e da cui poter prendere, arrivando a sentirsi legittimato ad impossessarsi della vita del proprio partner. La vittima si occupa in ogni modo del narcisista nonostante venga maltrattato/a sempre più e il perimetro della propria vita tenda a ridursi visibilmente. Il partner tende a  farsi carico della vita del suo carnefice fino ad impoverirsi della propria esistenza, crede ad ogni richiesta e cerca di esaudire ogni suo desiderio pur di non perdere definitivamente il ricordo di quella persona che all’inizio della relazione  immagina lo abbia tanto amato.  Nei rari momenti in cui la vittima ascolta la propria ragione e scopre i giochi manipolativi del narcisista, questi sferra i suoi attacchi sotto forma di senso di colpa e di critica distruttiva, mirati a svalutarla e svilirla. Alla base di questo meccanismo vi e’ un forte senso di inferiorità, di inadeguatezza e di disprezzo che viene proiettato sulla vittima, accusata di averlo/la fatto/a soffrire. Alla base di ogni accusa vi e’ il principio secondo cui la causa di ogni problema e’ sempre attribuita ad altri.

A lungo andare la relazione con un narcisista determina nella vittima una condizione di rabbia, gelosia irrazionale ed immotivata, un atteggiamento paranoico ed insicuro. La condizione di non sapere mai se credere alle parole del partner innesca una situazione di totale sfiducia nelle persone e anche in se’ stessa. La paura che la relazione finisca pervade ogni giorno, poiché il narcisista arriva a minacciare di abbandonare il partner se non si sente amato e ricambiato come immagina di fare lui/lei. Il carnefice fa leva sulla paura di abbandono della vittima e sul timore della solitudine, riattiva antichi schemi relazionali disadattivi di cui la vittima non e’ a conoscenza ma che ancora la guidano nella scelta del partner. L’incontro con il narcisista crea un paradosso esistenziale poiché da un lato vi e’ la tossica illusione di aver trovato finalmente una persona disposta ad amare ma  allo stesso tempo e’ presente la paura dell’abbandono.

Mar
23
Filed under (Psicologia, Sessuologia Clinica) by Antonio Dessì on 23-03-2016

Ci sono uomini che della fuga ne hanno fatto una filosofia di vita. Che si tratti di una proposta di convivenza, un viaggio assieme, una responsabilità condivisa, in un attimo questi uomini spariscono ancor prima di aver consapevolezza di averli persi.

Ci sono uomini e donne che nelle storie affettive raccontano, sulla poltrona dello psicoterapeuta, di aver tentato di costruire un legame con questa tipologia di uomini. Le loro narrazioni sembrano tratteggiare le storie di Jane Austen e i fantasmi di Netley.

Perché è questo l’epilogo di queste storie: la sagoma di un corpo che si è appena poggiato sul letto e il suo profumo. O come nel caso di Laura (nome di fantasia) i messaggi su whatsapp che continuava per giorni a scorrere, per dimostrare a se stessa, al mondo che non aveva avuto a che fare con un fantasma.

Questi uomini-fantasma non lasciano ombra, perché di sé parlano molto raramente e con molta difficoltà. Alcuni sono consapevoli del proprio egoismo e della loro poca disponibilità a scomodarsi, ma spesso non sono in grado di farsene carico e inscenano tutta una serie di narrazioni dove attribuiscono narcisisticamente la colpa agli altri della loro condizione (genitori, amici o persone  che lavorano con loro …). L’inganno di queste relazioni è spesso un gancio emozionale che si basa sul senso di colpa. Laura si sentiva molto in colpa per questa fuga, e si sentiva responsabile. All’apparenza sembrerebbero molto buoni, disponibili, gentili e questo a volte spiazza chi cerca di entrare in relazione con loro. Possono essere molto seduttivi, ma mai autentici. Se siete in una relazione di questo tipo, provate ad iniziare a chiedere qualcosa, ad avanzare l’ipotesi di un progetto assieme, un vostro bisogno e vi renderete conto che questi uomini inizieranno a mostrare i loro segni di sofferenza per poi scappare. Alcuni sono consapevoli di questo e mettono la fuga come minaccia e gancio relazionale basato sul controllo.

Questi uomini, sebbene con sfumature peculiari per ognuno di loro, sono i più diffusi e esercitano la loro fuga a più livelli. Sono quelli che non sanno avere una storia più lunga di un semestre, quelli che fuggono davanti all’altare neanche fossero posseduti, quelli che piuttosto dormono in macchina ma nello stesso letto con voi mai.  Tendenzialmente hanno una struttura di personalità di tipo fobico-ossessivo e hanno uno stile affettivo prettamente evitante.

Provate a chiedere conforto in un momento per voi difficile. Questi uomini tendenzialmente vi risponderanno con un “Chiamami quando hai risolto il tuo problema, così ci beviamo una cosa”. Non si impegnano. E’ spesso su questi incastri emotivi che alcune donne, o uomini (nel caso di relazioni omosessuali) iniziano a sentire la sofferenza e la solitudine. A guardarli non si fa fatica a riconoscere in loro un eterno ragazzino, immaturo, a volte un po’ furbo. Raramente maligno. Preferisce fuggire. questi uomini non fanno segreto del loro disimpegno. Per loro la relazione con un donna é tutta consumata nel binomio letto/ristorante. Alcuni tendono a mantenere la relazione sempre su uno stadio di conoscenza, superficiale, e mostrano sofferenza quando si tenta di costruire un legame più profondo.

Così quando si presenta anche solo l’ombra di un problema, dalla A di armadio da montare alla W di mondo, se mai stesse finendo, costoro riescono a sentirne la puzza e a mettersi in salvo con velocità da record.

Risultato: telefoni staccati, mail senza risposta, periodi di sparizioni magiche. Probabilmente sono coi piedi a mollo alle Bahamas mentre voi siete coi piedi a mollo nel bagno che perde. Per poi materializzarsi all’orizzonte non appena il guaio è rientrato. Sprizzando sorrisi da ogni poro e proponendovi spritz in compagnia…

 

 

 

 

Mar
22
Filed under (Psicologia, Sessuologia Clinica, Società) by Antonio Dessì on 22-03-2016

Spesso ho sentito parlare di reciprocità nelle relazioni umane come una sorta di “mercato affettivo”: un passo uno, un passo l’altro, tu fai una cosa, io ne faccio un altra.

Lo scattare di reciprocità nelle relazioni umane richiede tempi diversi da persona a persona e ha molto a che fare con i significati personali legati alla stabilizzazione del legame. Non è mai statico, ma dinamico e tende alla ricerca di sicurezza, passando per aree di destabilizzazione. Tendenzialmente, quando funziona, non mostra un andamento così rigido, perché poggia su un legame sicuro. Inseguimenti, trabochetti, sospettosità, gelosia, e altro, indicano spesso una stile affettivo insicuro e una sofferenza a stare sul legame reciproco. A volte le reciprocita possono non scattare mai e il legame può seguire prettamente dei copioni piuttosto che la strada piu viabile in due rispetto a quel momento storico. L’aspetto temporale è fondamentale, non in termini di tempo cronologico, ma nella capacità di riconoscere il proprio tempo, il tempo dell’altro, e il tempo del legame, e in questo avere la flessibilità di muoversi e riconoscere le proprie risorse. La consapevolezza di ciò che consente a se stessi di stabilizzare il legame consente di comunicare all’altro di cosa si ha bisogno per poter reggere quello scambio emotivo ed affettivo, ed allo stesso tempo la capacità di ascoltare l’altro consente di comprendere di cosa l’altro ha bisogno per creare un legame.
Sono abilità che possono essere sviluppate a partire da un lavoro di auto-osservazione sul proprio stile affettivo.

Antonio Dessì
www. studiopsicologicocagliari. it

Mar
17
Filed under (Psicologia, Sessuologia Clinica) by Antonio Dessì on 17-03-2016

Una risposta su alcune vostre richieste. Ho raggruppato delle domande che mi avete inviato e ho tentato di rispondere con questo post.

Narcisismo e relazioni disfunzionali

Chi come terapeuta affronta il tema del narcisismo si confronta costantemente con una realtà di relazioni spesso altamente disfunzionali e con gli esiti psicopatologici e sintomatici di chi è rimasto/a intrappolato in una relazione di questo tipo. Non è tendenzialmente possibile stabilire con esattezza quanto tossica può essere una relazione con una persona con tratti narcisistici di personalità. Molto dipende da un attenta valutazione della gradazione di narcisismo e il momento storico in cui la persona che tenta di unirsi ad un narciso (o narcisa) si confronta. Spesso l’unione avviene attraverso legami di dolore, rabbia, rifiuto e in generale tutto ciò che consente anche alla persona che si unisce al narciso di confermare il proprio mondo relazionale e la propria storia (spesso dolorosa sul piano affettivo e con un urgenza psicoterapeutica di ridefinire l’area del trauma, delle fratture relazionali, spesso sottovalutate o non consapevoli).
Tendenzialmente è possibile dare diverse letture su questa tipologia di relazioni e in psicoterapia renderle come momento importante per poter rielaborare alcuni aspetti di sé e scoprire risorse sino ad allora non considerate su cui costruire un equilibrio più solido.
A volte mi capita di sentire che, acquisiti strumenti di comprensione verso se stessi (storia personale, stile affettivo, oscillazioni emotive prevalenti e loro significati..), spesso lo specchio della relazione narcisistica si rompe e restituisce alla persona un’immagine di una persona infantile, priva di strumenti relazionali, egocentrica e centrata solo su se stessa. In questo molte persone che hanno vissuto relazioni con narcisisti/o donne narcisiste (spesso accudendo) sprofondano, a seconda dei tempi che si sono dedicati a quella relazione, nella solitudine, nella rabbia, nella disperazione. Alcuni narcisisti hanno più possibilità, attraverso una psicoterapia, di acquisire strumenti per lo sviluppo di una mente relazionale. Altri faticano di più a sviluppare una mente relazionale in psicoterapia. Altri ancora sono latitanti e vivono un’ esistenza tra una martire e l’altra e trionfanti di non aver bisogno di uno psicoterapeuta (sino a quando non sviluppano sintomi, a volte di tipo sessuale o psicosomatico). In ogni caso non può essere il partner o la partner a farsi carico di una responsabilità così importante per quattro ragioni, e non certamente esaustive dell’esperienza clinica e bibliografica di colleghi che da anni e anni ci lavorano:
1. Il carico sul proprio equilibrio psichico;
2. La rinuncia ad identificarsi con un ruolo di partner in una relazione sana e mediamente nevrotica (ovvero con una sana conflittualità e problem-solving).
3. Il fallimento nel tentativo di salvare la persona narcisista.
4. Il/la narcisista spesso peggiora e gli/le si toglie la possibilità di poter risolvere il proprio disagio in psicoterapia. Apparentemente non sembrerebbe, ma in realtà l’esito si vede appena la relazione inizia ad allentarsi o gli/le si toglie un gancio relazionale legato al controllo della relazione (spesso i narcisisti/e hanno sviluppato questo disturbo come scompenso psichico – a partire dall’adolescenza – di una struttura di personalità fobica/ossessiva); Spesso si mostrano nel loro lato più distruttivo, anche questo con gradazioni da valutare attentamente.

Questi elementi è importante vengano inseriti nella storia di vita della persona rimasta intrappolata, cercando di ritrovare quei fili rossi conduttori che spesso rappresentano la ripetizione di schemi relazionali appresi molto preso, o comunque in linea su come la persona ha strutturato la propria personalità e il proprio senso di amabilità.

Antonio Dessì
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Mar
17
Filed under (Psicologia, Sessuologia Clinica) by Antonio Dessì on 17-03-2016

La mappa non è il territorio

Cosa potrebbe significare?

Ognuno di noi ha un modo di pensare, parlare e fare le cose completamente unico. E questo corrisponde ad un modo di vedere la realtà completamente differente da persona a persona, come se avessimo una “mappa”, che ci permette di orientarci all’interno della complessità del mondo.
Questo è anche uno dei motivi principali per cui spesso le persone talvolta fraintendono ciò che l’altro dice, oppure noi stessi parliamo dando per scontato che l’altro capisca (ma di questo ne parleremo nei prossimi post). Su questo spesso emerge una sofferenza relazionale, psichica, dovuta ad un vuoto di senso che la psicoterapia mira a sanare attraverso un delicatissimo lavoro.

La psicoterapia cognitivo costruttivista, approccio della mia seconda specializzazione, nel tempo ha sviluppato un modello molto flessibile di lettura del disagio psichico e relazionale che parte da questo assunto. Non è possibile avvicinarsi alla complessità dell’essere umano con soluzioni facili, regole o terrorismi psicologici. Un intervento psicoterapico stabile nel tempo è quello che valuta i risultati e i cambiamenti in termini di sostenibilità e le ripercussioni sui sistemi e sottosistemi che nel corso della terapia ha perturbato, sopratutto quando la terapia è finita. L’approccio costruttivista agisce su questa prospettiva e garantendo un intervento flessibile e a misura della persona che chiede aiuto.

Antonio Dessì
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