Giu
27
Filed under (Psicologia, Sessuologia Clinica) by Antonio Dessì on 27-06-2017

La dimensione coppia emerge e si origina da bisogni ancestrali di attaccamento e di protezione ed è essenziale in un percorso sano di crescita e di sviluppo della personalità e delle relazioni. Precisamente, il termine “coppia”, viene inteso come la congiunzione di due soggetti che per loro libera scelta hanno deciso di formare un’unità, regolata da precise condizioni dette e implicite. Ogni coppia tuttavia è ben diversa dalle altre, e porta con sé un ideale di amore differente, così come i modi di viverlo e manifestarlo. In generale però, entrambi i partner dovrebbero essere sufficientemente maturi da strutturare un legame solido, seppur in costante cambiamento e ristrutturazione nel corso del tempo e con il mutare delle esigenze e dei bisogni reciproci. Ogni legame reca in sé inevitabilmente delle nebulosità e dei conflitti, che se non gestiti correttamente, possono portare a vere e proprie rotture.

Generalmente esse compaiono quando i due partner cominciano a sentirsi differenziati dall’originale senso simbiotico, tipico delle prime fasi della formazione della coppia e di idealizzazione, e questo può succedere per esempio all’arrivo di un figlio oppure un momento cruciale di presa di decisioni nella coppia (una convivenza, o eventi destabilizzanti l’equilibrio sino ad allora raggiunto). Ecco che allora tutto cambia, tutto deve essere rivoluzionato e si devono necessariamente riordinare le proprie peculiarità e spesso la coppia inizia a confrontarsi con il partner reale che ha davanti, con pregi e difetti e ognuno con i propri “fantasmi“. Talvolta questa fase di disillusione può essere problematica e far scattare sentimenti antagonisti al legame o “sentirsi meno innamorati”. A seconda della propria organizzazione di personalità si possono provare delle tonalità emotive differenti: rabbia-disperazione, paura,  Tra attrazione, dubbi, confusione, delusione.

Attrazione, innamoramento e attaccamento sono dimensioni che concorrono alla strutturazione del legame. L’attaccamento è sicuramente l’aspetto più profondo del legame e spesso quello che può portare più difficoltà, con dei tempi molto variabili da coppia a coppia. Ci sono persone per esempio che temono legarsi stabilmente, e in genere preferiscono defilarsi quando il legame sta diventando importante. Altre invece che hanno difficoltà a condividere uno spazio comune, una convivenza, e che spesso portano sofferenze nella coppia legate all’impossibilità di unirsi e/o di mantenere due case per esempio. Sono sono degli esempi.
Come si evince, ogni fase della vita di coppia può essere contraddistinta da un particolare problema legato alla sfera delle emozioni e della sessualità.

La terapia di coppia è molto indicata quando i partner non riescono a slittare e mantenere un livello di organizzazione differente da quello che ormai non funziona più e non può accomodare gli aspetti esistenziali dei due individui che la compongono. Condizione essenziale per poter portare avanti un discorso di terapia di coppia è il fatto che assieme al terapeuta si possano definire degli obiettivi di lavoro che siano condivisi e accettati da entrambi i membri della coppia. Senza questo nessuna terapia di coppia davvero può funzionare.
In linea di massima, una seduta di terapia di coppia avviene una volta ogni quindici giorni, proseguendo poi a seconda del grado della conflittualità e delle resistenze presenti.

 

Studio di consulenza psicologica e psicoterapia

Dott. Antonio Dessì

Via Agrigento 1, Cagliari – cellulare di servizio: 392 135 0189


Come in tanti sapete a seguito della mia formazione quadriennale in sessuologia clinica all’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma, centro accreditato dell’European Federation of Sexology e la Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica, ho proseguito il mio percorso specialistico in psicoterapia cognitivo-costruttivista. Il mio percorso ha consentito di integrare queste due eredità e di applicare il modello costruttivista anche alla sessuologia clinica e il trattamento delle disfunzioni sessuali, in setting individuale e di coppia.
In ottica costruttivista, la psicoterapia dei disturbi sessuali sostituisce la tacita costruzione della sessualità problematica con l’elaborazione e la ricostruzione dell’esperienza sessuale all’interno delle relazioni nelle quali è anticipata e messa in atto.

Come ha sottolineato Winter (1988), le disfunzioni sessuali non sono considerate dai terapeuti costruttivisti sintomi da curare, ma come insoddisfacenti soluzioni ai dilemmi dei clienti che emergono nell’anticipare l’esperienza sessuale. Non ci sono standard normativi di funzionamento e il terapeuta concorda gli obiettivi durante lo svolgimento della terapia. Gli obiettivi possono includere l’aumento del desiderio, l’efficienza dell’erezione, la riduzione dell’ansia da prestazione ed altri obiettivi tipici delle terapie sessuali. Un ulteriore fine delle terapia sessuale ad indirizzo costruttivista può aiutare il cliente a comprendere la sua attuale e soddisfacente esperienza sessuale (anche se non normativamente “funzionale”) e condividerla con il partner.

Secondo questo approccio, lavorare sull’ansia da prestazione può essere utile nel favorire un miglioramento delle funzioni sessuali in generale. Anche essa infatti può essere concettualizzata come un’interruzione del ciclo della risposta sessuale causato dalla focalizzazione della persona sull’evitare situazioni spiacevoli o esperienze deludenti più che un reale investimento in ambito erotico.

Secondo questa concezione, in molti dei disturbi sessuali, una strategia d’intervento focalizzata sull’ansia da prestazione includerebbe i diversi tipi di problemi dati dalle sue implicazioni.
Ci sono infine tre chiari approcci d’intervento derivanti da questa cornice teorica: il primo è quello di aiutare il paziente a ricostruire le situazioni sessuali come esperimenti a cui partecipa piuttosto che performances. Elaborare la differenza tra prestazione ed esperimento, il conseguimento di un risultato e l’esplorazione, può permettere al paziente di costruire situazioni sessuali con anticipazioni più focalizzate sull’erotismo (piuttosto che sulle risposte fisiche, o sulle conseguenze di un fallimento che sono obiettivi inerenti al raggiungimento di una buona performance).

Il secondo approccio implica l’elaborazione della gamma degli stimoli erotici che possono essere utili punti di attenzione durante l’incontro sessuale. Molte persone posseggono uno scarso repertorio di stimoli che possano in modo affidabile anticipare un obiettivo erotico. Inoltre tabù culturali, scarsa informazione ed educazione sessuale fanno sì che la maggior parte della comunicazione in merito a questi stimoli avvenga in contesti in cui c’è una forte richiesta di caratteristiche prestazionali (come ad esempio in un gruppo di pari dello stesso sesso). La stanza della terapia può rappresentare un potente contesto libero da condizionamenti ed aspettative in cui elaborare gli stimoli sensoriali che possono produrre in un contesto sessuale, piacere erotico. Il terzo approccio all’ansia da prestazione comprende una ricostruzione dell’esperienza di ansia stessa. La relazione ansia-disturbo è divenuta costellatoria per molte persone.

Dal momento che l’ansia diminuisce l’attivazione sessuale, una persona che la percepisca spesso inizia ad anticipare un funzionamento sessuale insoddisfacente. Non è tanto un’attivazione connotata da ansia che impedisce un corretto funzionamento sessuale, quanto il focalizzarsi su aspetti “non sessuali”. Così ricostruendo l’ansia come una reazione naturale anche nella risposta alla stimolazione sessuale può interrompere l’anticipazione del fallimento. Diventa così un obiettivo della terapia aiutare gli individui a sperimentare in maniera creativa modi per ottimizzare la loro ansia (invece che minimizzarla).

Questo può anche implicare provare nuove esperienze sessuali (posizioni, zone erogene, sex toys che il paziente non ha mai provato) con l’intento di produrre “ansia” associata all’attivazione sessuale e non alla preoccupazione sulla performance.

Un ulteriore esempio di utilizzo della cornice costruttivista può riguardare quegli interventi inerenti conflitti tra domini/sistemi: ad esempio nelle donne spesso le difficoltà a raggiungere l’orgasmo sono spesso causate da una validazione delle anticipazioni sul ruolo di genere ed erotiche. Molti di questi conflitti sfociano infatti in aspettative di genere molto strette e rigide. Il terapeuta costruttivista può aiutare in questo caso, la donna ad ricostruire la propria sessualità includendo sia la capacità diessere buona/completa/moralmente corretta, sia il piacere connesso all’attività sessuale.

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Dic
21
Filed under (Psicologia) by Antonio Dessì on 21-12-2016

Tra Ottobre e Novembre le persone più sensibili alle festività natalizie iniziano a preoccuparsene. Individuare i regali, fare un giro per i negozi, e spendere i soldi per comprarli. In questo articolo parleremo di quelle manifestazioni caratteristiche dell’ansia e del disturbo da attacchi di panico, nello specifico della cornice delle festività natalizie.

Il periodo che caratterizza il mese di Dicembre è caratterizzato dal caos, il traffico, le file infinite alle casse, le file in profumeria e nei negozi di turno per impacchettare i regali con stile, i messaggi di auguri e i regali forzati. E che terrore poi scrivere quei bigliettini. A volte si va proprio oltre. A volte un biglietto 3x2cm con una scritta gigante: “Buon Natale”. E poi organizzare il cenone, cucinare, mangiare senza fine e poi ripulire. Rivedere i parenti indesiderati ed essere costretti a passare del tempo con gli amici che spuntano soltanto per le feste. E’ proprio spesso nella declinazione del verbo “costrizione” che si crea il germe per un attacco di panico. Le persone con una struttura di personalità simile e sensibile a questa organizzazione di senso, sentono che il loro dominio di libertà è limitato, per questioni affettive, psicologiche individuali e relazionali non adeguatamente risolte e di conseguenza ad un livello di consapevolezza basso, che non consente alla persona di potersi spiegare cosa fa. In tanti pensano ai “regali”. Pochi discernono “regalo” da “dono”.

Ma è bene abituarsi subito all’idea che ognuno prova la “sua ansia” e questa non può essere compresa studiando nozioni, ma facendo un lavoro su di sé. Le declinazioni dell’ansia sono come i colori dell’arcobaleno, e in ciascuno di questi altrettante sfumature diverse. Individuare la propria significa poter osservare le proprie manifestazioni d’ansia avendo chiaro il proprio funzionamento psichico. Questo è stabile nel tempo e costituisce il nostro senso d’identità.

Lo scorso anno un sondaggio condotto dall’Eurodap (Associazione Europea per i disturbi da attacchi di panico) ha rivelato che per molti italiani il periodo delle festività rappresenta un evento perturbante il proprio equilibrio psichico in senso negativo. Infatti:

7 italiani su 10 non vivono le feste natalizie con alcun tipo di entusiasmo, e anzi l’ansia è il sentimento più diffuso

8 su 10 hanno paura del caos e del traffico di questi giorni

7 su 10 sentono che questo periodo sia rischioso a causa del terrorismo

1 su 2 non si muoverà da casa a causa di difficoltà economiche e per paura degli attacchi terroristici

Inoltre, durante il periodo delle festività natalizie ci sono parecchie persone che sperimentano forti livelli di solitudine, depressione, ansia e/o malinconia; si stima infatti, che ogni anno circa l’80% della popolazione soffre, in misura maggiore o minore, di almeno uno di questi sintomi. Secondo alcuni studi,  il numero di suicidi dopo le feste natalizie aumenta fino al 40% e le visite psicologiche e/o psichiatriche, in seguito ad una forte depressione, sono quasi raddoppiate.

 Già da qualche anno il 70% delle persone afferma che questo “Non sarà un Natale gioioso”, mentre per otto italiani su dieci la paura del caos e del traffico “ha preso il posto della gioia”. 8 su 10 hanno paura del caos e del traffico di questi giorni. 7 su 10 sentono che questo periodo sia rischioso a causa del terrorismo. 1 su 2 non si muoverà da casa a causa di difficoltà economiche e per paura degli attacchi terroristici. A questo si aggiunge anche quella fetta di persone che invece soffrono di una sorta di “ansia da prestazione” per le feste. 

Le cause di queste esperienze negative durante il periodo natalizio, risiedono spesso nelle nostre aspettative, soprattutto nella tipologia di “ansia da prestazione”; vale a dire, l’immagine che abbiamo del Natale come evento, genera determinate aspettative e quando non vengono soddisfatte o risultano meno soddisfacenti del previsto, provocano frustrazione. In generale possiamo anche dire che alcune persone sono più sensibili di altre al giudizio altrui, e in questo senso più predisposte a sviluppare questa tipologia di ansia. Il Natale funge da detonatore di questa area di significati. In realtà le persone ne soffrono sempre, anche se in altri periodi dell’anno sono più compensati dal punto di vista psicopatologico.

Diverse sono le persone che si muovono in anticipo per acquistare i regali (già a Ottobre o addirittura nel periodo di saldi). Possono sviluppare attacchi di panico nel momento in cui i loro piani (aver visto un regalo e attendono i saldi etc…) vengono disattesi o non va esattamente come ci si era aspettati. In realtà sviluppano attacchi di panico perché hanno sperimentato di aver perso il controllo, e questo è per loro fonte di paura. Non hanno potuto controllare totalmente un evento.

Ci sono poi le grandi aspettative che vengono determinate in gran parte dalla società. In effetti, sin da piccoli, ci hanno trasmesso l’idea che in questo periodo tutto sia divertente e che il cenone della vigilia sia un momento di incontro con le persone che amiamo. Molti di noi sanno che molto spesso questo non succede, e che si starà a cena anche con persone che si vedono una volta l’anno.

In questo senso la psicopatologia va letta con più lenti: uno sguardo all’individuale, uno alle relazioni, uno all’affettività e il momento esistenziale della persona, l’altro sicuramente la matrice culturale e come questa si è inserita nella storia di vita della persona.

Dovere o piacere?

Il Natale si sa, per tanti implica degli “obblighi” che possono generare momenti di grande stress: ad esempio il fatto di dover trascorrere del tempo con persone diverse da noi, con le quali non abbiamo molto in comune, gli “obblighi” dei regali comandati e non sentiti con il cuore (come nel caso dei “doni”), le cene formali e superficiali. Obblighi intesi come forzature, che ci imprigionano nelle circostanze senza la possibilità di fuggire da esse.

L’idea di non essere all’altezza è un’altra area di stress psicologico che genera ansia e fa sì che quello che dovrebbe essere un momento sereno, diventi una situazione di pura tensione, alimentando così il malessere.

Un altro dei motivi che possono farci vivere male il Natale è la sensazione di non aver raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati nel corso dell’anno, i famosi e inutili “tiriamo le somme”. In realtà, il Natale implica la chiusura di un periodo e l’inizio di un altro, quindi è normale che torniamo a guardarci indietro per analizzare l’effettivo cammino percorso; se abbiamo vissuto un anno negativo e i nostri obiettivi non si sono concretizzati, è normale che ci sentiamo depressi e demotivati. Ma è sempre bene non guardare solo il tempo cronologico, ma anche quello interiore.

Ci possono essere poi strutture di personalità che durante il periodo delle feste sentono molto forte il senso di perdita. Lutti non elaborati, separazioni, rotture di legame. Questi in generale i temi più importanti che potrebbero portare ad una manifestazione di ansia o forti crisi depressive.

Abbiamo poi una casistica di persone molto abitudinarie, poco creative nello scegliere i regali, quelle che contano il budget (20 euro per ognuno per esempio) che in questo periodo potrebbero invece venir perturbati da temi affettivi che non riescono a controllare o gestire e in questo sviluppare attacchi di panico o ansia. Insomma spesso entrano in ansia perché non sanno se è giusto pensare una determinata cosa, o ancora, se quello che hanno “provato”, per esempio nell’acquistare un regalo fuori budget, è giusto o sbagliato. Da li una spirale di pensieri tra vantaggi e svantaggi, senza fine, e spesso a seguito dell’evento perturbante (aver comprato un regalo non esattamente congruo con ciò che si ritiene sia giusto per il Natale o per quella persona), l’ansia.

Da questa breve descrizione si evince che l’ansia non è uguale per tutti e che in ogni persona costella aree di significato personale che andrebbero comprese e inserite in una trama narrativa legata alla propria storia che, nello scompenso (per vari motivi come scritto sopra) vede lo scollarsi tra la parte di sé che esperisce la situazione e la parte di sé che spiega a se stessi ciò che si è fatto. Insomma, un discorso da officina di psicoterapia! E’ sempre bene non sottovalutare queste manifestazioni perché da un lato rappresentano sicuramente fonte di sofferenza, dall’altra una possibilità di comprendere maggiormente sé stessi. Lo stesso scollamento di aree legate all’esperire avviene anche in altri contesti e situazioni. Lo sviluppo di ansia e attacchi di panico indica che le risorse per la comprensione non sono più sufficienti e si ha necessità di un aiuto più profondo. La sofferenza non sono i sintomi neurovegetativi dell’ansia, ma le emozioni sottostanti che quell’evento ha suscitato, nel caso del periodo in questione, le festività natalizie.

Iconografia dell’attacco di panico

Skrik è la famosa opera di Edward Munch del 1893 che noi italiani chiamiamo L’Urlo.

L’opera rappresenta l’angoscia e lo smarrimento che furono caratteristiche della vita di questo pittore norvegese.
Probabilmente, nell’intento di immortalare un attacco di panico, Munch rappresenta nell’opera un’esperienza vera.

Munch passeggiava con alcuni suoi amici su un ponte della città di Nordstrand, la quale oggi è divenuta un quartiere di Oslo. Ad un certo punto fu preso dal terrore. Su un suo diario descrisse quell’esperienza:

« Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura. »

Un caso clinico

Luisa è una ragazza che nel 2014 ha 23 anni, studentessa universitaria. Vive a casa sua con la madre, padre ed una sorella più piccola. I suoi genitori da qualche tempo litigano spesso. Attualmente Luisa ha stretto una relazione con Marco, un collega di Università. Richiede una consulenza psicologica a seguito di una visita al Pronto Soccorso per un’improvvisa tachiacardia, formicolio al braccio, oppressione al petto. Al primo incontro Luisa si presenta puntuale, ben curata nell’abbigliamento e nella persona. E’ rigida nella postura e sta seduta sul bordo della sedia. Sembrerebbe un po’ intimorita. Il suo volto è teso e non sorride quasi mai. Dalla storia di Luisa emerge che negli ultimi due anni ha sofferto di attacchi di panico, uno alla settimana. Riferisce di sentirsi molto ansiosa, e di avere difficoltà a gestire le sue emozioni. Dal primo attacco di panico in poi, Luisa alterna dei periodi in cui riesce a svolgere normalmente le sue attività, a periodi in cui non riesce nemmeno ad uscire di casa a causa di diverse paure. In preda dall’ansia si sente bloccata e limitata in tutte le sue attività.

Nei periodi in cui sto bene non ho difficoltà a fare tutto“.

Non è raro sentirmi sicura ed indipendente. Sono sempre stata una persona iperattiva.
Ho svolto sempre tante attività e non ho mai avuto problemi a spostarmi. Ed in questo mi riconosco.. Quando invece ho l’ansia mi sento limitata, ho persino paura di prendere un ascensore o guidare in macchina. Temo che l’ansia sopraggiunga, e lentamente si fa sempre più forte in me il pensiero “perderò il controllo anche questa volta“. Mi sento bloccata. Come faccio ad esempio a prenotare una vacanza dopo gli esami o ad andare a ballare se poi mi sento male?
Mi sento triste e debole.

Come sarà il mio futuro se continuerò ad essere così?”.

Luisa si è rivolta al Pronto Soccorso perchè l’ultima volta l’attacco di panico è stato più forte del solito.
La Madre: “Ho visto il terrore nei suoi occhi e ho pensato che stesse molto male ed ho deciso immediatamente di portarla all’Ospedale. Temevo per la sua vita“.

I brevi elementi della storia di Luisa sono solo un esempio di tanti che descrivono Il disturbo di panico.

Come si manifesta e come si affronta?


Il disturbo è una tipologia di disturbo d’ansia, caratterizzato da frequenti ed inaspettati attacchi di panico. Ciò che definiamo ansia non è l’emozione coinvolta negli attacchi, ma la sua attivazione. Mentre la paura è spesso l’emozione provata da chi soffre di attacchi di panico. Il panico è una sfumatura dell’emozione di paura. Nel loro aspetto funzionale hanno il compito di segnalare situazioni pericolose o spiacevoli, mediante le modificazioni fisiologiche prodotte dall’adrenalina che entra in circolo nel sangue. Entro certi livelli, dunque, l’ansia e la paura sono necessarie a ciascuno di noi in quanto ci consentono di affrontare le situazioni temute ricorrendo alle risorse mentali e fisiche più adeguate. Per esempio possiamo sperimentare paura in una situazione in cui ci troviamo ad attraversare la strada ed ad un certo punto sentiamo il clacson di una macchina. Il segnale ci avvisa che probabilmente la macchina potrebbe investirci. In preda alla paura ci metteremo in salvo.

Contrariamente si ha un attacco di panico quando l’ansia o la paura provate sono così intense da produrre alcuni dei seguenti sintomi mentali e fisici:

manifestazioni cardiache quali palpitazioni o tachicardia;
sensazione di asfissia o di soffocamento;
dolore o fastidio al petto (es. senso di oppressione toracica);
sensazioni di sbandamento o di svenimento (es. debolezza alle gambe, vertigini, visione annebbiata);
disturbi addominali o nausea;
sensazioni di torpore o di formicolio;
brividi di freddo o vampate di calore;
tremori o scosse;
bocca secca o nodo alla gola;
sudorazione accentuata;
sensazione di irrealtà, tendenza a raccontare l’esperienza “come se”;
sensazione di essere staccati da se stessi;
confusione mentale;
paura di perdere il controllo o di impazzire;
paura di morire.

Le descrizioni di attacchi di panico hanno spesso delle caratteristiche comuni: “Mi sento morire..” , “Ad un certo punto mi manca l’aria“, ” Il cuore batte fortissimo“, “Ho paura di impazzire“, ” Ho paura di perdere il controllo“, “Nessuno può capire quanto soffro“.

Inizialmente a segnalarci il sopraggiungere di una crisi di panico sono delle variazioni neurovegetative nel nostro corpo. Ogni attacco di panico può durare dai 20 ai 30 minuti e a seguito della paura il soggetto può cercare aiuto.
Le persone che soffrono di attacchi di panico si concentrano sull’intensità dei sintomi fisici. Questa tendenza a concentrarsi sui sintomi fisici porta ad una convinzione di avere un grave problema organico, spesso cardiaco, che orienta il soggetto a richiedere un intervento al Pronto Soccorso. Tendenzialmente il cuore aumenta il numero di pulsazioni, si percepisce un senso di vertigine, e col passare dei minuti sembra che il disagio cresca verso livelli insostenibili. Il pensiero che accompagna queste sensazioni è: “avrò un infarto e morirò” oppure “sto impazzendo, perderò il controllo delle mie azioni“.

A seguito degli attacchi di panico alcuni soggetti possono sviluppare agorafobia. Questo significa che si inizia ad evitare tutti quei luoghi dove si teme che l’attacco di panico possa accadere, oppure tutti quei luoghi dove sarebbe realmente molto difficile chiedere aiuto. Quando l’agorafobia diviene un sintomo più forte, la persona non riesce più ad uscire di casa.

L’esordio del disturbo avviene in genere nel giovane adulto e il sesso femminile sembra essere quello maggiormente colpito.

E’ necessaria una diagnosi differenziale, ovvero si devono escludere patologie di tipo internistico sopratutto a carico dell’apparato cardiaco e respiratorio. Per esempio spesso i soggetti vengono monitorati nella loro attività cardiaca attraverso esami come Holter ecc…

Il disturbo di attacchi di panico può essere trattato sia attraverso una psicoterapia sia attraverso l’utilizzo di psicofarmaci.

La combinazione di psicoterapia e psicofarmaci è sicuramente più efficace sopratutto nei casi più resistenti, infatti, gli psicofarmaci, da soli non sembrano essere in grado di rispondere a tutte le problematiche che provengono dal disturbo anche perché la matrice psicologica del disturbo può essere elaborata in psicoterapia.

Il farmaco aiuta a controllare i sintomi, ma non a risolvere la matrice composta da pensieri disfunzionali, tipici di questo disturbo.

Inoltre la cronicità del disturbo, la resistenza all’utilizzo dei farmaci, l’insorgenza di effetti collaterali, la possibilità di ricadute dopo la sospensione delle terapie, la vulnerabilità alla riacutizzazione di fronte a nuovi stimoli stressanti, le pesanti implicazioni sul piano emotivo ed esistenziale sono elementi che orientano verso un trattamento combinato o non di questo disturbo d’ansia.

Dic
21
Filed under (Psicologia) by Antonio Dessì on 21-12-2016

Buongiorno a tutti,
Comunico che lo studio osserverà giornate di chiusura totale nelle date dal 23 al 26 Dicembre, dal 31 Dicembre al 3 Gennaio 2017. Saranno giornate di pausa istituzionale per le festività natalizie. Durante questo periodo ho in agenda appuntamenti e spazi liberi per consulenze, per cui sono disponibile.
Per contattarmi: 3921350189, il mio cellulare di servizio. In alternativa Sms o Whatsapp (rispondo o richiamo in giornata).

È attiva la mia mail in alternativa: dessi-antonio@tiscali.it
Il periodo di feste è sempre molto delicato per le persone con sofferenza psichica e relazionale. Da anni lavoro durante questo periodo senza alcun tipo di frustrazione e con piacere di rendermi disponibile, dedicando a me stesso momenti di pausa in altri momenti dell’anno.

Buona giornata
Antonio Dessi

Nella foto un oggetto nuovo nel mio studio. Un brucia essenze montato su un sale hymalaiano, dono di una collega psicoterapeuta e amica, che ringrazio anche qui sulla mia pagina.

Ott
21
Filed under (Psicologia) by Antonio Dessì on 21-10-2016

La mia risposta a certe domande sul mio lavoro

A volte qualcuno, incuriosito, scettico, mi pone la domanda (a volte di interesse, altre volte provocatoria):

«Ma come fai tutto il giorno a stare a sentire problemi degli altri?»

Non mi riconosco nel ruolo di chi ascolta i problemi degli altri. Non sono una pattumiera emotiva, ma mi sento più un lavoratore. Ecco, un minatore, come lo era mio nonno materno. Questi «altri» di cui le persone mi immaginano avvulso dai loro racconti, hanno tutti un nome e storie che mi appassionano e stimolano la mia curiosità. Così, quando sono felice per il mio lavoro, sono consapevole dei brutti temporali che ci sono stati, delle gelate artiche, del deserto e i suoi scorpioni, delle sabbie mobili, e tanti altri scenari. Ogni persona ne ha uno che accompagna il suo dramma e dolore. Non sono le persone lo scenario, ma la loro area di sofferenza che si è costruita. E io sono li con loro, tutto dentro quella stanza (che da anche il nome al mio blog) che ieri vi ho detto appunto di adorare. Si, adoro l’anima di quella stanza, non il pregio dei suoi dettagli. Perchè di pregio ci sono solo oggetti simbolici.

Così fuori da quelle aree di sofferenza si osserva il cambiamento. Lo vede e lo sente la persona, lo sento e lo vedo io.

La mia risposta:

«Rinunceresti mai ad osservare la bellezza di un arcobaleno?»

Un caro saluto a tutti voi e grazie per la vostra presenza. Commentate, criticate, recensite la mia pagina e il blog. Aiuterete il mio progetto a crescere, perché sarà un lavoro condiviso e orientato e non una semplice vetrina di spiegazione sintomi.

Grazie

Antonio Dessí

Il mio blog: www.antonio-dessi.blog.tiscali.it
FB: Nella stanza di uno psicologo

Ott
18
Filed under (Psicologia) by Antonio Dessì on 18-10-2016

Una separazione, la conclusione di una relazione, la morte di una persona cara sono eventi che ci confrontano con il tema della perdita. Nell’immagine il modello teorico di Kübler-Ross sulle fasi di elaborazione di un lutto/perdita. La psicoterapia centrata su queste tematiche aiuta la persona nel passaggio da una fase all’altra. Sebbene il processo non sia rigidamente così impostato, ma spesso fatto di ricadute e sensibile all’organizzazione di personalità e storia di vita della persona, è questo un buon modello da un punto di vista didattico e di auto-osservazione.

Il modello a cinque fasi della Kübler-Ross (1970) rappresenta uno strumento che permette di capire le dinamiche psicologiche più frequenti della persona a cui è stata diagnosticata una malattia grave. Da sottolineare che si tratta di un modello a fasi, e non a stadi, per cui le fasi possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi come si manifestano, così svaniscono, magari miste e sovrapposte. Anche se la maggior parte delle persone sembra vivere le fasi secondo l’ordine in cui vengono descritte, non si tratta di un percorso “evolutivo a stadi”, per cui le fasi possono manifestarsi in qualsiasi ordine e ripresentarsi successivamente, ma anche presentarsi sovrapposte.

1 Fase della Negazione o del rifiuto: “Ma è sicuro, dottore, che le analisi sono fatte bene?” “Non è possibile, si sbaglia!” “Non ci posso credere”, sono le parole più frequenti di fronte alla diagnosi di una patologia organica grave; questa fase è caratterizzata dal fatto che il paziente rifiuta la verità e ritiene impossibile di avere proprio quella malattia. Molto probabilmente il processo di negazione del proprio stato può essere funzionale al malato per proteggerlo da un’eccessiva ansia per la propria morte e per prendersi il tempo necessario per organizzarsi. È una difesa, che però diventa sempre più debole, con il progredire della malattia, qualora non s’irrigidisca e non raggiunga livelli patologici di disagio psichico.

2 Fase della rabbia: dopo la negazione iniziano a manifestarsi emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero, Dio. La frase più frequente è “perché proprio a me?”. È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale del paziente. Rappresenta un momento critico che può essere sia il momento di massima richiesta di aiuto, ma anche il momento del rifiuto, della chiusura e del ritiro in sé.

3 Fase del patteggiamento

 in questa fase la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare, ed in quale progetti può investire la speranza, iniziando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera relazione del paziente, sia con le figure religiose. “se prendo le medicine, crede che potrò vivere fino a…”, “se guarisco, farò…”. In questa fase, la persona riprende il controllo della propria vita, e cerca di riparare il riparabile.

4 Fase della depressione: rappresenta un momento nel quale il paziente inizia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o che sta per subire e di solito si manifesta quando la malattia progredisce ed il livello di sofferenza aumenta. Questa fase viene distinta in due tipi di depressione: una reattiva ed una preparatoria. La depressione reattiva è conseguente alla presa di coscienza di quanti aspetti della propria identità, della propria immagine corporea, del proprio potere decisionale e delle proprie relazioni sociali, sono andati persi. La depressione preparatoria ha un aspetto anticipatorio rispetto alle perdite che si stanno per subire. In questa fase della malattia la persona non può più negare la sua condizione di salute, e inizia a prendere coscienza che la ribellione non è possibile, per cui la negazione e la rabbia vengono sostituite da un forte senso di sconfitta. Quanto maggiore è la sensazione dell’imminenza della morte, tanto più probabile è che la persona viva fasi di depressione.

5 Fase dell’accettazione: quando la persona ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lei, arriva ad un’accettazione della propria condizione ed a una consapevolezza di quanto è accaduto; durante questa fase possono sempre e comunque essere presenti livelli di rabbia e depressione, che però sono di intensità moderata. In questa fase il paziente tende ad essere silenzioso ed a raccogliersi, inoltre sono frequenti momenti di profonda comunicazione con i familiari e con le persone che gli sono accanto ed elaborare creativamente una sintesi dell esperienza e ciò che si è appreso.

Ott
14
Filed under (Psicologia) by Antonio Dessì on 14-10-2016

Siamo troppo spesso abituati a sentire parlare di narcisismo all’interno delle relazioni sentimentali di coppia. In realtà capita molto spesso che all’attenzione di uno psicoterapeuta arrivino delle sofferenze relazionali nei rapporti di amicizia, dove spesso si delinea lo scenario di una relazione con un/una narcisista che lentamente viene smascherata, o inizia a sgretolarsi.

I legami con i narcisisti in genere sono molto fragili. Non reggono il conflitto e il/la narcisista spesso non ha un’intelligenza emotiva ed affettiva che gli consenta di sentire l’altro. Spesso rimane spiazzato/a o si piange addosso per il torto subito (sia una lamentela, un distacco, una presa di posizione).

Gli amici dei narcisisti spesso ricalcano l’icona di Charlie Brown e, per poter mantenere il legame con il/la narcisista si muovono tendenzialmente su alcune direttrici. Tra queste ne elenco qualcuna.

1. Devono accettare che le conversazioni girino sempre attorno ai problemi del/della perverso/a, sulle sue conquiste personali o professionali, bisogni, vittorie e sconfitte. In genere il/la narcisista seduce mostrando un immagine di sé molto fragile, malaticcia, con lamentele fisiche. Altre volte ipertrofica: “Hai un amico/a figo/a”. Tutto ciò spinge il/la Charlie Brown di turno a spostarsi su un sistema motivazionale di tipo accudimento e accondiscendere al controllo.

2. Accettano di non poter contare affettivamente sul/sulla narcisista nei momenti del bisogno o emotivamente più pesanti.

3. Imparano a rendersi disponibile SEMPRE senza nulla ottenere in cambio. Il/la narcisista in genere dona un carico emotivo molto forte a chi gli/le sta vicino, senza rendersene conto. Il principale contenimento che in genere si dona ad un narcisista è quello sulla rabbia. La fa provare a voi, prima di provarla lui/lei o addirittura mostrarvela. Il narcisista dietro la sua maschera è arrabbiato/a.

4. Provate a fare una critica “seria” al narcisista. Noterete subito lo sguardo di odio. Gli amici Charlie Brown sanno che i perversi detestano profondamente le critiche. Amano essere considerati speciali e questo deve essere sempre ribadito con gesti, non devono mai percepire mancanze nella vostra attenzione. Dei piccoli dittatori. I narcisisti sono dei bambini/bambine vestite/i da adulti. A volte il narcisista bacchetta con fare materno, accondiscendente, sdrammatizzando fatti gravissimi pur di “mantenere l’amicizia”. Si rendono complici e sospendono i loro principi, senza rendersene conto di sovvertirli esclusivamente quando sono con lui/lei. Questo meccanismo è spiegabile prendendo a prestito la teoria dei vasi comunicanti in fisica. Il/la narcisista ha fondamentalmente una struttura di personalità molto regressiva (infantile) e in questo senso si trova un equilibrio funzionando allo stesso modo. Spesso si crea una sofferenza legata alla confusione. Il narcisista cerca la simbiosi per proteggersi, per prendere, per essere accudito/a nelle lamentele (specie fisiche) e paranoie, ma non per dare.

5. Gli amici Charlie Brown accettano il controllo che esercita il narcisista e le sue “dolci” manipolazioni. In alternativa il legame si rompe. Il narcisista è capace di farti credere di provare un profondo affetto, ma se hai consapevolezza del tuo sentire ti renderai conto del contrario, o sentirai ciò che ti arriva da quella relazione, sia sul piano verbale, che non verbale.

Queste alcune anticipazioni del mio prossimo articolo su questo blog.

Buona giornata a tutti

Antonio Dessì

Ott
10
Filed under (Psicologia) by Antonio Dessì on 10-10-2016

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Sono tanti i ricordi della mia psicoterapia personale, ormai conclusa da anni. Un percorso necessario per chiunque come me voglia fare lo psicoterapeuta ed essere di reale aiuto alle persone.

Il mio terapeuta era una persona molto discreta, a volte lo percepivo come chirurgico, rigido e severo, a volte sapeva essere dolce come il miele. In effetti un po’ rigido era, perlomeno era così con me. Lui non spiegava molto quello che stava succedendo sul piano di relazione. Agiva ed io rimanevo con mille quesiti, a volte anche paranoici sul perché, sul come, su cosa mi facesse sentire quel percorso che stavo facendo con lui in quella stanza. Ogni volta me ne andavo via con qualcosa. Era inevitabile, anche se io facevo di tutto affinché questo non succedesse.

Il mio terapeuta era una persona molto creativa. A volte la sua creatività era lo strumento più forte che riusciva a toccare il mio bambino interiore. Con gli altri non era proprio possibile accedere.

Usava le metafore, molto spesso, ma non solo questo. Sono strumenti potentissimi in psicoterapia e lui le sapeva cucire ed usare benissimo addosso a me.

Un giorno mi rimandò l’immagine di un delfino in mare aperto, e sotto tutti i barracuda che nuotavano. Immagine che all’inizio non mi preoccupò molto. Del resto, ero abituato a ciò, perché avrebbe dovuto spaventarmi?

Io non compresi subito cosa significasse tutto questo. E da li iniziò il mio lavoro su questa metafora.

Mi chiese: “Cosa succede al delfino se resta li?”

Io sinceramente non avevo minimamente in mente che rischio ci potesse essere. Mi sembrava quasi un interrogazione dopo aver visto Quark.

E Lui: “Affoga

Lo ammetto, ci ho impiegato anni a capirlo e ho dovuto sperimentare in vivo tutto, per poi ritornare, per poi osservare da altre prospettive. Mettermi nei panni del delfino. In quello del barracuda. Osservarlo nelle relazioni, osservarlo nel mio dinamismo psichico, in entrambe le parti.

Per me questa è bellezza, e mi sono formato così, in tantissimi anni, lavorando prima su di me.

Questo è solo un frammento piccolissimo di tutto il mio percorso didattico come terapeuta. Un minuto di colloquio cronologico. Anni di lavoro interiore e comprensione. Ve lo racconto perché prima di essere seduto sulla poltrona del terapeuta, sono stato a lungo dall’altra parte. E spesso ho scalciato come tanti di voi.

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Antonio Dessì

Ott
09
Filed under (Psicologia, Società) by Antonio Dessì on 09-10-2016

«Cercare l’amore», come frase canonica, è diventato quasi un mantra dell’epoca moderna, sopratutto dal sapore narcisistico occidentale. Cinema, iconografia ed altro ci fanno sognare, e ci stimolano poco sul comprenderci più profondamente. E se ci stimolano, non ci sostengono dandoci strumenti per attingere alle nostre risorse interiori di crescita. E Comprenderci.

Pochi parlano di «cercare reciprocità» e ancora pochi dei pochi «comprendere in quel mio momento esistenziale “cosa” e “come” è per me reciprocità che mi consente di evolvere e crescere». Se questo è un bisogno che consente di evolvere, o se questo è un bisogno che cerca molto fuori e poco dentro, e mantiene i nostri problemi e sofferenze in una spirale ricorsiva a-temporale. Ancora più raro “cercare reciprocità reciproche”, e da li l’impegno a costruire e non aspettarsi, ciò che appelliamo con il nome “amore”, come dono del Cielo.

Ne esistono tanti, di “amore”. Ma tutti lo ricercano. In questa ricerca c’è un bisogno di conoscenza di sé non intercettato, ma proiettato fuori, spesso. A volte non si sa usare ciò che è fuori, per ritornare dentro di sé e trarne un insegnamento.

L’amore è mutevole, dinamico. Uno sguardo dentro, uno fuori: la prima reciprocità necessaria. È prima di tutto comprensione di sé e solo dopo ricerca. Senza comprensione di sé e del proprio incastro emotivo necessario per evolvere si è come moscerini intontiti dal profumo del mosto di Settembre. Amore è restituire a sé stessi, in quel momento esistenziale, un’immagine completa e felice di Sè.

Antonio Dessí
Leggi i miei articoli sul mio blog
www.antonio-dessi.blog.tiscali.it

Battiti accelerati, farfalle nello stomaco, sudorazione eccessiva, arrossamento. Sono queste le caratteristiche più frequenti che si manifestano quando vediamo la persona di cui siamo innamorati. L’innamoramento è per certi aspetti una forma di follia buona. Scattano tutta una serie di impliciti e di aspettative di reciprocità disposte in maniera disorganizzata e che si ancorano alla storia personale di ciascuno di noi. Mentre si è innamorati è difficile distinguere i segni dell’innamoramento da quelli dell’ossessione. E’ del tutto fisiologico pensare spesso alla persona, fantasticare, essere gelosa e temere l’abbandono quando ancora non si è strutturato un attaccamento, elemento che consente a ciascuno di noi di mantenere viva quella motivazione intrinseca e quel bisogno di conoscenza di sé e crescita che ci porta a volerlo fare assieme a quella persona e non da soli. Insomma, ci sono molte aspettative, esplicite ed implicite.
Non a caso molte coppie entrano in crisi o rompono il legame nel momento in cui non riescono a superare un naturale conflitto della coppia che riguarda la disillusione. Ovvero comprendere che quella persona che si è incontrata all’inizio e ci ha perturbato con tutte quelle emozioni e sensazioni (corporee) in realtà è una persona diversa e talvolta che offre cose differenti da quelle che ci aspettavamo.

La coppia a quel punto richiede di passare da una fase di innamoramento ad un attaccamento amoroso e un progetto condiviso. Spesso è li che nascono i problemi, sul piano individuale, sul piano della costruzione e mantenimento del legame.
La psicoterapia di coppia è un intervento molto utile in questi casi. Consente un lavoro che è primariamente centrato sul mantenimento di un equilibrio e lo scoraggiamento di sbilanciamenti relazionali. Un terapeuta di coppia aiuta la coppia a ridefinire dei confini, a riconoscere le radici delle problematiche che affronta la coppia e collocarle in una dimensione più congrua aprendo una possibilità di elaborazione. Nella mia esperienza ogni coppia, così come nei percorsi individuali, ha un suo percorso cucito sulla relazione. Una buona psicoterapia di coppia non è mai sbilanciata, ovvero l’obbiettivo è il lavoro sulla relazione e le sue problematiche. Non è possibile affrontare problematiche individuali dentro un setting di coppia. Pena il fallimento del percorso.
E’ un lavoro entusiasmante, faticoso, ma sicuramente di crescita. E in questo caso si usa la relazione per crescere assieme, e questo è già un bel progetto di coppia. Il terapeuta è sempre un facilitatore, non è mai colui che decide le sorti della vita di due individui che decidono di stare assieme. Li aiuta a trovare un modo per conoscersi meglio, per comprendere dove scattano le reciprocità in quelle organizzazioni di personalità.

Antonio Dessì
Studio psicologico e di sessuologia clinica
Cagliari, via Agrigento 1
Olbia, via Gentileschi 6

Cellulare di servizio: 392 135 0189 (è possibile prenotarsi per una visita di consulenza negli orari 13-14.30 o con un messaggio in segreteria per essere contattati entro la giornata)