Ott
21
Filed under (Psicologia) by Antonio Dessì on 21-10-2016

La mia risposta a certe domande sul mio lavoro

A volte qualcuno, incuriosito, scettico, mi pone la domanda (a volte di interesse, altre volte provocatoria):

«Ma come fai tutto il giorno a stare a sentire problemi degli altri?»

Non mi riconosco nel ruolo di chi ascolta i problemi degli altri. Non sono una pattumiera emotiva, ma mi sento più un lavoratore. Ecco, un minatore, come lo era mio nonno materno. Questi «altri» di cui le persone mi immaginano avvulso dai loro racconti, hanno tutti un nome e storie che mi appassionano e stimolano la mia curiosità. Così, quando sono felice per il mio lavoro, sono consapevole dei brutti temporali che ci sono stati, delle gelate artiche, del deserto e i suoi scorpioni, delle sabbie mobili, e tanti altri scenari. Ogni persona ne ha uno che accompagna il suo dramma e dolore. Non sono le persone lo scenario, ma la loro area di sofferenza che si è costruita. E io sono li con loro, tutto dentro quella stanza (che da anche il nome al mio blog) che ieri vi ho detto appunto di adorare. Si, adoro l’anima di quella stanza, non il pregio dei suoi dettagli. Perchè di pregio ci sono solo oggetti simbolici.

Così fuori da quelle aree di sofferenza si osserva il cambiamento. Lo vede e lo sente la persona, lo sento e lo vedo io.

La mia risposta:

«Rinunceresti mai ad osservare la bellezza di un arcobaleno?»

Un caro saluto a tutti voi e grazie per la vostra presenza. Commentate, criticate, recensite la mia pagina e il blog. Aiuterete il mio progetto a crescere, perché sarà un lavoro condiviso e orientato e non una semplice vetrina di spiegazione sintomi.

Grazie

Antonio Dessí

Il mio blog: www.antonio-dessi.blog.tiscali.it
FB: Nella stanza di uno psicologo

Ott
18
Filed under (Psicologia) by Antonio Dessì on 18-10-2016

Una separazione, la conclusione di una relazione, la morte di una persona cara sono eventi che ci confrontano con il tema della perdita. Nell’immagine il modello teorico di Kübler-Ross sulle fasi di elaborazione di un lutto/perdita. La psicoterapia centrata su queste tematiche aiuta la persona nel passaggio da una fase all’altra. Sebbene il processo non sia rigidamente così impostato, ma spesso fatto di ricadute e sensibile all’organizzazione di personalità e storia di vita della persona, è questo un buon modello da un punto di vista didattico e di auto-osservazione.

Il modello a cinque fasi della Kübler-Ross (1970) rappresenta uno strumento che permette di capire le dinamiche psicologiche più frequenti della persona a cui è stata diagnosticata una malattia grave. Da sottolineare che si tratta di un modello a fasi, e non a stadi, per cui le fasi possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi come si manifestano, così svaniscono, magari miste e sovrapposte. Anche se la maggior parte delle persone sembra vivere le fasi secondo l’ordine in cui vengono descritte, non si tratta di un percorso “evolutivo a stadi”, per cui le fasi possono manifestarsi in qualsiasi ordine e ripresentarsi successivamente, ma anche presentarsi sovrapposte.

1 Fase della Negazione o del rifiuto: “Ma è sicuro, dottore, che le analisi sono fatte bene?” “Non è possibile, si sbaglia!” “Non ci posso credere”, sono le parole più frequenti di fronte alla diagnosi di una patologia organica grave; questa fase è caratterizzata dal fatto che il paziente rifiuta la verità e ritiene impossibile di avere proprio quella malattia. Molto probabilmente il processo di negazione del proprio stato può essere funzionale al malato per proteggerlo da un’eccessiva ansia per la propria morte e per prendersi il tempo necessario per organizzarsi. È una difesa, che però diventa sempre più debole, con il progredire della malattia, qualora non s’irrigidisca e non raggiunga livelli patologici di disagio psichico.

2 Fase della rabbia: dopo la negazione iniziano a manifestarsi emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero, Dio. La frase più frequente è “perché proprio a me?”. È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale del paziente. Rappresenta un momento critico che può essere sia il momento di massima richiesta di aiuto, ma anche il momento del rifiuto, della chiusura e del ritiro in sé.

3 Fase del patteggiamento

 in questa fase la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare, ed in quale progetti può investire la speranza, iniziando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera relazione del paziente, sia con le figure religiose. “se prendo le medicine, crede che potrò vivere fino a…”, “se guarisco, farò…”. In questa fase, la persona riprende il controllo della propria vita, e cerca di riparare il riparabile.

4 Fase della depressione: rappresenta un momento nel quale il paziente inizia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o che sta per subire e di solito si manifesta quando la malattia progredisce ed il livello di sofferenza aumenta. Questa fase viene distinta in due tipi di depressione: una reattiva ed una preparatoria. La depressione reattiva è conseguente alla presa di coscienza di quanti aspetti della propria identità, della propria immagine corporea, del proprio potere decisionale e delle proprie relazioni sociali, sono andati persi. La depressione preparatoria ha un aspetto anticipatorio rispetto alle perdite che si stanno per subire. In questa fase della malattia la persona non può più negare la sua condizione di salute, e inizia a prendere coscienza che la ribellione non è possibile, per cui la negazione e la rabbia vengono sostituite da un forte senso di sconfitta. Quanto maggiore è la sensazione dell’imminenza della morte, tanto più probabile è che la persona viva fasi di depressione.

5 Fase dell’accettazione: quando la persona ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lei, arriva ad un’accettazione della propria condizione ed a una consapevolezza di quanto è accaduto; durante questa fase possono sempre e comunque essere presenti livelli di rabbia e depressione, che però sono di intensità moderata. In questa fase il paziente tende ad essere silenzioso ed a raccogliersi, inoltre sono frequenti momenti di profonda comunicazione con i familiari e con le persone che gli sono accanto ed elaborare creativamente una sintesi dell esperienza e ciò che si è appreso.

Ott
14
Filed under (Psicologia) by Antonio Dessì on 14-10-2016

Siamo troppo spesso abituati a sentire parlare di narcisismo all’interno delle relazioni sentimentali di coppia. In realtà capita molto spesso che all’attenzione di uno psicoterapeuta arrivino delle sofferenze relazionali nei rapporti di amicizia, dove spesso si delinea lo scenario di una relazione con un/una narcisista che lentamente viene smascherata, o inizia a sgretolarsi.

I legami con i narcisisti in genere sono molto fragili. Non reggono il conflitto e il/la narcisista spesso non ha un’intelligenza emotiva ed affettiva che gli consenta di sentire l’altro. Spesso rimane spiazzato/a o si piange addosso per il torto subito (sia una lamentela, un distacco, una presa di posizione).

Gli amici dei narcisisti spesso ricalcano l’icona di Charlie Brown e, per poter mantenere il legame con il/la narcisista si muovono tendenzialmente su alcune direttrici. Tra queste ne elenco qualcuna.

1. Devono accettare che le conversazioni girino sempre attorno ai problemi del/della perverso/a, sulle sue conquiste personali o professionali, bisogni, vittorie e sconfitte. In genere il/la narcisista seduce mostrando un immagine di sé molto fragile, malaticcia, con lamentele fisiche. Altre volte ipertrofica: “Hai un amico/a figo/a”. Tutto ciò spinge il/la Charlie Brown di turno a spostarsi su un sistema motivazionale di tipo accudimento e accondiscendere al controllo.

2. Accettano di non poter contare affettivamente sul/sulla narcisista nei momenti del bisogno o emotivamente più pesanti.

3. Imparano a rendersi disponibile SEMPRE senza nulla ottenere in cambio. Il/la narcisista in genere dona un carico emotivo molto forte a chi gli/le sta vicino, senza rendersene conto. Il principale contenimento che in genere si dona ad un narcisista è quello sulla rabbia. La fa provare a voi, prima di provarla lui/lei o addirittura mostrarvela. Il narcisista dietro la sua maschera è arrabbiato/a.

4. Provate a fare una critica “seria” al narcisista. Noterete subito lo sguardo di odio. Gli amici Charlie Brown sanno che i perversi detestano profondamente le critiche. Amano essere considerati speciali e questo deve essere sempre ribadito con gesti, non devono mai percepire mancanze nella vostra attenzione. Dei piccoli dittatori. I narcisisti sono dei bambini/bambine vestite/i da adulti. A volte il narcisista bacchetta con fare materno, accondiscendente, sdrammatizzando fatti gravissimi pur di “mantenere l’amicizia”. Si rendono complici e sospendono i loro principi, senza rendersene conto di sovvertirli esclusivamente quando sono con lui/lei. Questo meccanismo è spiegabile prendendo a prestito la teoria dei vasi comunicanti in fisica. Il/la narcisista ha fondamentalmente una struttura di personalità molto regressiva (infantile) e in questo senso si trova un equilibrio funzionando allo stesso modo. Spesso si crea una sofferenza legata alla confusione. Il narcisista cerca la simbiosi per proteggersi, per prendere, per essere accudito/a nelle lamentele (specie fisiche) e paranoie, ma non per dare.

5. Gli amici Charlie Brown accettano il controllo che esercita il narcisista e le sue “dolci” manipolazioni. In alternativa il legame si rompe. Il narcisista è capace di farti credere di provare un profondo affetto, ma se hai consapevolezza del tuo sentire ti renderai conto del contrario, o sentirai ciò che ti arriva da quella relazione, sia sul piano verbale, che non verbale.

Queste alcune anticipazioni del mio prossimo articolo su questo blog.

Buona giornata a tutti

Antonio Dessì

Ott
10
Filed under (Psicologia) by Antonio Dessì on 10-10-2016

….

Sono tanti i ricordi della mia psicoterapia personale, ormai conclusa da anni. Un percorso necessario per chiunque come me voglia fare lo psicoterapeuta ed essere di reale aiuto alle persone.

Il mio terapeuta era una persona molto discreta, a volte lo percepivo come chirurgico, rigido e severo, a volte sapeva essere dolce come il miele. In effetti un po’ rigido era, perlomeno era così con me. Lui non spiegava molto quello che stava succedendo sul piano di relazione. Agiva ed io rimanevo con mille quesiti, a volte anche paranoici sul perché, sul come, su cosa mi facesse sentire quel percorso che stavo facendo con lui in quella stanza. Ogni volta me ne andavo via con qualcosa. Era inevitabile, anche se io facevo di tutto affinché questo non succedesse.

Il mio terapeuta era una persona molto creativa. A volte la sua creatività era lo strumento più forte che riusciva a toccare il mio bambino interiore. Con gli altri non era proprio possibile accedere.

Usava le metafore, molto spesso, ma non solo questo. Sono strumenti potentissimi in psicoterapia e lui le sapeva cucire ed usare benissimo addosso a me.

Un giorno mi rimandò l’immagine di un delfino in mare aperto, e sotto tutti i barracuda che nuotavano. Immagine che all’inizio non mi preoccupò molto. Del resto, ero abituato a ciò, perché avrebbe dovuto spaventarmi?

Io non compresi subito cosa significasse tutto questo. E da li iniziò il mio lavoro su questa metafora.

Mi chiese: “Cosa succede al delfino se resta li?”

Io sinceramente non avevo minimamente in mente che rischio ci potesse essere. Mi sembrava quasi un interrogazione dopo aver visto Quark.

E Lui: “Affoga

Lo ammetto, ci ho impiegato anni a capirlo e ho dovuto sperimentare in vivo tutto, per poi ritornare, per poi osservare da altre prospettive. Mettermi nei panni del delfino. In quello del barracuda. Osservarlo nelle relazioni, osservarlo nel mio dinamismo psichico, in entrambe le parti.

Per me questa è bellezza, e mi sono formato così, in tantissimi anni, lavorando prima su di me.

Questo è solo un frammento piccolissimo di tutto il mio percorso didattico come terapeuta. Un minuto di colloquio cronologico. Anni di lavoro interiore e comprensione. Ve lo racconto perché prima di essere seduto sulla poltrona del terapeuta, sono stato a lungo dall’altra parte. E spesso ho scalciato come tanti di voi.

……

Antonio Dessì

Ott
09
Filed under (Psicologia, Società) by Antonio Dessì on 09-10-2016

«Cercare l’amore», come frase canonica, è diventato quasi un mantra dell’epoca moderna, sopratutto dal sapore narcisistico occidentale. Cinema, iconografia ed altro ci fanno sognare, e ci stimolano poco sul comprenderci più profondamente. E se ci stimolano, non ci sostengono dandoci strumenti per attingere alle nostre risorse interiori di crescita. E Comprenderci.

Pochi parlano di «cercare reciprocità» e ancora pochi dei pochi «comprendere in quel mio momento esistenziale “cosa” e “come” è per me reciprocità che mi consente di evolvere e crescere». Se questo è un bisogno che consente di evolvere, o se questo è un bisogno che cerca molto fuori e poco dentro, e mantiene i nostri problemi e sofferenze in una spirale ricorsiva a-temporale. Ancora più raro “cercare reciprocità reciproche”, e da li l’impegno a costruire e non aspettarsi, ciò che appelliamo con il nome “amore”, come dono del Cielo.

Ne esistono tanti, di “amore”. Ma tutti lo ricercano. In questa ricerca c’è un bisogno di conoscenza di sé non intercettato, ma proiettato fuori, spesso. A volte non si sa usare ciò che è fuori, per ritornare dentro di sé e trarne un insegnamento.

L’amore è mutevole, dinamico. Uno sguardo dentro, uno fuori: la prima reciprocità necessaria. È prima di tutto comprensione di sé e solo dopo ricerca. Senza comprensione di sé e del proprio incastro emotivo necessario per evolvere si è come moscerini intontiti dal profumo del mosto di Settembre. Amore è restituire a sé stessi, in quel momento esistenziale, un’immagine completa e felice di Sè.

Antonio Dessí
Leggi i miei articoli sul mio blog
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Battiti accelerati, farfalle nello stomaco, sudorazione eccessiva, arrossamento. Sono queste le caratteristiche più frequenti che si manifestano quando vediamo la persona di cui siamo innamorati. L’innamoramento è per certi aspetti una forma di follia buona. Scattano tutta una serie di impliciti e di aspettative di reciprocità disposte in maniera disorganizzata e che si ancorano alla storia personale di ciascuno di noi. Mentre si è innamorati è difficile distinguere i segni dell’innamoramento da quelli dell’ossessione. E’ del tutto fisiologico pensare spesso alla persona, fantasticare, essere gelosa e temere l’abbandono quando ancora non si è strutturato un attaccamento, elemento che consente a ciascuno di noi di mantenere viva quella motivazione intrinseca e quel bisogno di conoscenza di sé e crescita che ci porta a volerlo fare assieme a quella persona e non da soli. Insomma, ci sono molte aspettative, esplicite ed implicite.
Non a caso molte coppie entrano in crisi o rompono il legame nel momento in cui non riescono a superare un naturale conflitto della coppia che riguarda la disillusione. Ovvero comprendere che quella persona che si è incontrata all’inizio e ci ha perturbato con tutte quelle emozioni e sensazioni (corporee) in realtà è una persona diversa e talvolta che offre cose differenti da quelle che ci aspettavamo.

La coppia a quel punto richiede di passare da una fase di innamoramento ad un attaccamento amoroso e un progetto condiviso. Spesso è li che nascono i problemi, sul piano individuale, sul piano della costruzione e mantenimento del legame.
La psicoterapia di coppia è un intervento molto utile in questi casi. Consente un lavoro che è primariamente centrato sul mantenimento di un equilibrio e lo scoraggiamento di sbilanciamenti relazionali. Un terapeuta di coppia aiuta la coppia a ridefinire dei confini, a riconoscere le radici delle problematiche che affronta la coppia e collocarle in una dimensione più congrua aprendo una possibilità di elaborazione. Nella mia esperienza ogni coppia, così come nei percorsi individuali, ha un suo percorso cucito sulla relazione. Una buona psicoterapia di coppia non è mai sbilanciata, ovvero l’obbiettivo è il lavoro sulla relazione e le sue problematiche. Non è possibile affrontare problematiche individuali dentro un setting di coppia. Pena il fallimento del percorso.
E’ un lavoro entusiasmante, faticoso, ma sicuramente di crescita. E in questo caso si usa la relazione per crescere assieme, e questo è già un bel progetto di coppia. Il terapeuta è sempre un facilitatore, non è mai colui che decide le sorti della vita di due individui che decidono di stare assieme. Li aiuta a trovare un modo per conoscersi meglio, per comprendere dove scattano le reciprocità in quelle organizzazioni di personalità.

Antonio Dessì
Studio psicologico e di sessuologia clinica
Cagliari, via Agrigento 1
Olbia, via Gentileschi 6

Cellulare di servizio: 392 135 0189 (è possibile prenotarsi per una visita di consulenza negli orari 13-14.30 o con un messaggio in segreteria per essere contattati entro la giornata)

Nei numerosi casi che ho seguito di dipendenza affettiva, mi sono sempre più spesso reso conto che, nonostante la forza con cui si possono rompere i vincoli relazionali e portarli alla loro elaborazione in psicoterapia, il dipendente affettivo sviluppa spesso ciò che più comunemente viene chiamato “Sindrome di Stoccolma”. Con questo termine si intende un particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica, così come nel caso della relazione disfunzionale tra personalità narcisistiche e dipendenti affettivi. Il soggetto affetto dalla Sindrome di Stoccolma, prova sentimenti positivi, di compassione, nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. In poche parole il dipendente affettivo si trova in una posizione di doppio vincolo: è libero/a perchè ha elaborato i significati della relazione, ma ha ancora difficoltà a staccarsi e si ancora su alcune emozioni coerenti con la propria organizzazione di personalità: dalla colpa, alla compassione, dalla disperazione alla rabbia. Spesso sul versante depressivo.
E’ a questo punto in psicoterapia che è necessario attuare una strategia che consenta alla persona di entrare in parti più profonde di sé, spesso traumatiche e largamente sottovalutate, e che consenta di abbandonare l’idea che il legame vada rotto, le catene spezzate, i cellulari bloccati, ma si avvii verso l’acquisizione di libertà, di consapevolezza, e di conoscenza di sé.
In psicoterapia costruttivista possiamo integrare alcuni strumenti molto efficaci, aderenti al funzionamento dell’organizzazione di personalità del dipendente, che ne sfruttano le potenzialità, e consentono una maggiore capacità di mentalizzazione. In questi casi è sempre importante che il terapeuta abbia una buona conoscenza del funzionamento del narcisista, in modo da poter aiutare la persona ad entrare nella sua logica.
Ho raccolto nel tempo tantissime storie scritte dalle persone che parlano di dipendenza affettiva e spesso iniziano davvero su un terreno di sofferenza e non di condivisione, o come slittamento da una storia all’altra. In questa sofferenza spesso si innesca una dinamica di potere molto sbilanciata (il dipendente vede spesso nel partner colui/colei che gli/le cambierà la vita), a cui il dipendente affettivo soccombe, sviluppando sintomi che vanno dal nevrotico sino a grandi psicosi, inseguimenti, perdita delle funzioni vegetative, disorientamento negli assi spazio-temporali, isolamento, accessi di ira.
Se ti sta succedendo questo, inizia a pensare che ti servirà un po’ di tempo da dedicarti. Chiedi aiuto.

Antonio Dessì
http://antonio-dessi.blog.tiscali.it
Visita il mio blog. Troverai diversi articoli su questo tema

Ott
01
Filed under (Psicologia) by Antonio Dessì on 01-10-2016

La fobia sociale è una forma di scompenso psichico, sofferenza, in alcune tipologie di organizzazioni di personalità. Paradossalmente, contrariamente a tutte le altre fobie, che raggiungono maggiormente persone con organizzazioni di personalità di tipo fobico, la fobia sociale è un caso isolato e specifico di fobia che è necessario trattare in modo diverso.
Questa paura può portare chi ne soffre ad evitare la maggior parte delle situazioni sociali, per la paura di comportarsi in modo “sbagliato” e di venir mal giudicati. In generale i vissuti sono accompagnati da vergogna, “timore di non essere abbastanza interessanti per gli altri”, “sicurezza sul fatto di non aver niente da dire” …. tendenzialmente potrebbe sembrare, ad una lettura superficiale, un problema di bassa autostima. Ma non lo è affatto.
Lavorare sull’autostima, desensibilizzare in maniera sistematica l’avvicinamento all’altro possono risultare degli interventi che possono alleggerire la sintomatologia, ma non risolvono il problema di fondo di una personalità che ha strutturato una sofferenza che per esigenze didattiche chiamo fobia sociale.

La fobia sociale è un disagio molto invalidante. Negli anni mi sono reso conto che le persone sono più attente allo sviluppo di sintomatologie secondarie, per le quali sono più allarmate, e lo sono meno rispetto alle problematiche di interazione sociale. Questo succede perché spesso chi soffre di fobia sociale si riconosce in quegli atteggiamenti, una sorta di timidezza cronica che porta la persona a dire a se stessa: “Ho questo carattere”, e ad essere rinforzata dal contesto: “Si, ha quel carattere, è timido/a”.

Nelle situazioni sociali temute, gli individui con ansia o fobia sociale sono preoccupati di apparire imbarazzati e, soprattutto, sono timorosi che gli altri li giudichino ansiosi, deboli, “pazzi”, o stupidi.
Generalmente si manifestano molte attivazioni ansiosi neurovegetative: sudorazione, tachicardia, mani bagnate, mal di stomaco, sensazione di nausea etc…

La psicoterapia ad orientamento cognitivo ha sviluppato un modello molto efficace nel trattamento della fobia sociale e di tipo integrato tra i vari modelli cognitivi.

Antonio Dessì

Set
30
Filed under (Argomenti vari) by Antonio Dessì on 30-09-2016

In tanti anni ormai di lavoro spesso mi sono interrogato su come valutare una psicoterapia, un processo di cambiamento. Al di la delle valutazioni anche attraverso test, a volte per poter fare ricerca, mi sono sempre più piacevolmente interrogato sulla dimensione esistenziale di un processo così complesso come quello di una psicoterapia. A volte un fortissimo retaggio culturale ci fa pensare che le psicoterapie efficaci siano quelle che durano anni, che seduta dopo seduta creano sempre più dolore e di conseguenza lavoro. Le ferite sono ferite per tutti, e tutti soffrono se vengono aperte. Alle persone basta aver dovuto chiamare uno psicologo per capirlo e non certo sentire dolore perché si viene toccati. Sulle ferite si costruisce il senso delle storie personali, e della propria identità.Mi sono così interrogato invece come costruire un “pronto soccorso psicoterapeutico”, per arginare il dolore iniziale, tamponare ferite, e a volte usare anestesia, e solo dopo consentire un lavoro. Non l’ho trovato scritto sui libri. E’ lavorando con tantissime persone e stando a contatto con il dolore psichico che sono arrivato a queste osservazioni.
Una psicoterapia efficace non si definisce sulla base del tempo cronologico, ma di quello interiore, né tantomeno sul numero di sedute, ma sulla loro percezione. Ho visto persone cambiare già in un primo ciclo di incontri cronologici, ma probabilmente saturava il tempo interiore necessario per mobilitare risorse interiori.
Un’altra credenza è che la “vera” psicoterapia è quella che ti fa rivivere il trauma, perché solo risalendo al trauma si può superare. E’ una strada.
Le psicoterapie moderne sono orientate al presente, ed è proprio in questa dimensione esistenziale che la persona porta le sue risorse, il suo tempo, la possibilità di un cambiamento concreto. Non c’è così tanto tempo da dedicare a filosofie, ma una vita da vivere il prima possibile. E’ da psicoterapeuta ne sono sempre più consapevole.
Agli psicoterapeuti è richiesta sempre più flessibilità e capacità di integrazione tra i vari modelli di psicoterapia. Lo strumento è più “chirurgico” se è ben integrato. Risulterebbe improduttivo sposare un unico modello, perché per ogni persona è importante saper confezionare un abito, a lei adatto, ma sopratutto che funzioni, e non che sia bello perché aderente alla pagina x di un trattato.
La psicoterapia ha funzionato non tanto quando è durata tante sedute, dando la parvenza di essere perfetta, ma quando la persona ha nuovamente ripreso a scegliere, decidere, vivere e riconosce il cambiamento. In questo lo psicoterapeuta è sempre importante nell’accompagnare la persona.
E quando una psicoterapia è basata su un rapporto professionale autentico, sa produrre anche un distacco altrettanto autentico, di speranza, di un’esperienza promotrice e propulsore di cambiamenti, anche quando le sedute saranno finite.

Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla (Lao Tzu)

Ci sono relazioni che sono davvero incapaci di produrre amore. La trama di relazioni così altamente disfunzionali, spesso di sfumatura narcisistica o su terreni affettivi a rischio di frana, si muove in maniera subdola, a volte con le lusinghe, con i rituali e tanti altri modi di manipolare. A volte appare come semplice abitudine a chi, “drogato” dalla relazione, ripercorre i suoi drammi esistenziali. Occorre forza e tecnica per rompere lo schema psicologico sottostante perché la relazione alimenta un circolo vizioso autoperpretante che si muove in maniera più attivante attraverso i vissuti affettivi della rabbia, e la disperazione per la perdita (con sintomatologia distimica, bipolare o di labilità affettiva -facilità al pianto). Oggetto di intervento in psicoterapia, in questi casi.
La rabbia/disperazione diviene un guinzaglio relazionale, anche laddove la persona che ti ha manipolato ti sembra esser sparita. In realtà attende serena il tuo ritorno, ti può pungere sul senso di colpa, ora il complimento spassionato o una “rabbiosa” pacatezza e apertura di “plastica”, ora il silenzio sacrale. Ma non dimenticare che il gioco al massacro è stato fatto a due, ed è di te ora che devi occuparti.
In psicoterapia questi disagi relazionali richiedono tempo, cura, tecnica e una buona alleanza terapeutica per essere risolti.
La comprensione della rabbia, dei significati che veicola, ma anche della ferita aperta dove il manipolatore o manipolatrice si è, inconsapevolmente, inserito/a (ripetendo un copione spesso trionfante e grandioso della sua storia, ma anche del suo dramma e psicopatologia connessa), restituisce amore.
La capacità di scegliere, e di amare liberamente senza guinzaglio, laddove questo è l’unico strumento che ha l’incapace d’amore, e per te l’unico modo per sentirti ancora non essere amato/a perdendo così la tua attitudine ad essere felice, o non consentendoti mai di conoscerla.

Grazie a tutti coloro che ogni giorno mi raccontano e mi mostrano un mondo relazionale di torture, di manipolazione, e di sofferenza.C’è moltissimo lavoro da fare, tanto. Un materiale preziosissimo che mi stimola a crescere, studiare ed essere sempre più efficace in tempi brevi per chi mi chiede aiuto.

Antonio Dessi